La guerra prosegue, ma anche i contatti diplomatici non si interrompono. A dirlo è direttamente Vladimir Putin, che in una dichiarazione pubblica ha confermato che i capi delle delegazioni russa e ucraina, protagonisti delle due precedenti tornate negoziali a Istanbul, “continuano a mantenere contatti diretti telefonici” e sono attualmente impegnati a concordare una possibile data per un terzo incontro.
Il presidente russo ha però precisato che, nonostante il dialogo non sia mai stato completamente interrotto, “le posizioni restano su poli opposti”. In vista del prossimo round negoziale, entrambe le parti sarebbero pronte a mettere sul tavolo nuovi “memoranda” con le rispettive proposte per una soluzione pacifica del conflitto. Proposte che, almeno per ora, sembrano ancora troppo distanti per produrre un’intesa concreta.
Ma nel corso dello stesso intervento, Putin ha anche fornito un altro dato, crudo e simbolicamente potentissimo: Mosca si dice disposta a restituire all’Ucraina i corpi di altri 3mila soldati uccisi nel conflitto. Salgono così a 9mila le salme complessivamente riconsegnate a Kiev dall’inizio della guerra.
L’annuncio, che arriva in un momento di stallo sia sul fronte militare che su quello politico, rappresenta un segnale ambiguo. Da un lato, testimonia la disponibilità russa a proseguire i contatti diplomatici; dall’altro, mette in evidenza l’enorme tributo di vite umane pagato dall’Ucraina e il continuo logoramento del suo esercito, sotto la pressione dell’offensiva russa.
L’apertura di Putin si inserisce in un quadro negoziale estremamente fragile, in cui ogni gesto viene letto tanto come un passo verso la trattativa quanto come un possibile strumento di pressione sul nemico. La consegna delle salme, in questo contesto, è al tempo stesso atto umanitario e leva politica, un macabro indicatore di quanto la guerra sia ancora lontana dal trovare una via d’uscita.
