7 Ottobre 2026, mercoledì
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Napoli, la baby gang e il silenzio degli adulti: la violenza minorile è una ferita sociale

Una donna aggredita in un supermercato da sei minori a Fuorigrotta. Il CNDDU: “Non è solo cronaca, è il fallimento di una comunità che ha smesso di educare”.

NAPOLI — Ha rimproverato un gesto incivile. In risposta, è stata aggredita con una violenza inaudita da sei adolescenti, nel cuore di un supermercato del quartiere Fuorigrotta. La vittima, una donna di 59 anni, è finita in ospedale, malmenata da quella che oggi chiamiamo “baby gang”, ma che in realtà è l’espressione più allarmante di un disagio collettivo. Una cronaca nera che diventa specchio di un vuoto ben più profondo: educativo, culturale, valoriale.

I giovani aggressori hanno tra i dodici e i sedici anni. Dopo l’atto di violenza, si sono seduti a fare merenda, come se nulla fosse. Un gesto che gela. Non solo per l’assenza di empatia, ma per la naturalezza con cui si consuma la brutalità. Come se la sopraffazione fosse ormai un linguaggio normale, accettato, forse persino appreso.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) è intervenuto con un messaggio forte e chiaro. Esprime solidarietà alla donna aggredita e alla comunità di Fuorigrotta, ma rifiuta la comoda scorciatoia dell’indignazione episodica. “Questa violenza non nasce dal nulla”, scrive l’organizzazione, “è figlia di famiglie lasciate sole, di scuole troppo spesso abbandonate a se stesse, di quartieri dove la marginalità non è solo economica, ma anche affettiva, educativa, culturale”.

Non è solo questione di cronaca. È un’emergenza educativa. I dodicenni e tredicenni protagonisti dell’aggressione non sono criminali nati, ma giovani cresciuti senza fari, senza modelli positivi, senza strumenti per leggere il mondo e i propri comportamenti. E troppo spesso riempiono questo vuoto con contenuti tossici assorbiti dai social, con la cultura del branco e del potere come unica forma di affermazione.

Da qui, l’appello del CNDDU alle istituzioni scolastiche e politiche:

  • Introdurre un’educazione civica forte, costante e trasversale in tutti i gradi scolastici, a partire dalla primaria, come fondamento formativo, non come parentesi didattica;
  • Creare laboratori permanenti per la gestione dei conflitti, la consapevolezza emotiva e il contrasto alla cultura della violenza, coinvolgendo attivamente famiglie e comunità locali;
  • Istituire tavoli intersettoriali tra scuola, servizi sociali, forze dell’ordine, educatori e psicologi per affrontare in modo sistemico e preventivo i segnali di disagio giovanile;
  • Sollecitare i media a un racconto responsabile, che vada oltre la cronaca e scavi nelle radici di questi comportamenti, per costruire consapevolezza e non solo clamore.

Perché, conclude il Coordinamento, la violenza dei minori non è mai un fatto che riguarda “gli altri”. È una responsabilità collettiva. È la fotografia del nostro fallimento, se non interveniamo. E se non torniamo a credere, come comunità intera, che educare alla legalità e ai diritti umani non è un lusso da garantire a pochi, ma un’urgenza civile da estendere a tutti.

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