Dopo la mafia, il silenzio protetto: Giovanni Brusca è ufficialmente un uomo libero
Roma — A trentadue anni esatti dalla strage di Capaci, uno dei protagonisti più oscuri della storia criminale italiana torna definitivamente libero. Giovanni Brusca, ex boss di Cosa Nostra e autore materiale dell’attentato che il 23 maggio 1992 costò la vita a Giovanni Falcone, a sua moglie Francesca Morvillo e a tre agenti della scorta, ha concluso anche l’ultimo tratto della sua lunga pena: la libertà vigilata.
Detenuto per 25 anni, scarcerato nel 2021, Brusca ha vissuto gli ultimi quattro sotto sorveglianza speciale, secondo le disposizioni della magistratura di sorveglianza. Il suo nome continua a evocare dolore e sgomento. Non solo per quel gesto che segnò una cesura tragica nella lotta dello Stato contro la mafia, ma anche per un altro orrore: l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo.
Ora l’uomo che fu tra i fedelissimi di Totò Riina, e che per anni ha agito come esecutore e regista di una lunga serie di omicidi, proseguirà la sua esistenza lontano dalla Sicilia. Nuova identità, località segreta, ancora sotto il programma di protezione destinato ai collaboratori di giustizia.
Il telecomando della morte
Il suo nome emerse con forza nell’inchiesta sulla strage di Capaci. Secondo le ricostruzioni giudiziarie, fu proprio Brusca, allora trentacinquenne, ad azionare a distanza il detonatore che fece esplodere circa 500 kg di esplosivo posti sotto l’autostrada A29, nei pressi di Capaci, in provincia di Palermo. Un attentato che non solo sterminò Falcone e i suoi uomini, ma scosse l’Italia intera, inaugurando uno dei periodi più violenti della guerra tra Stato e mafia.
Dopo l’arresto, avvenuto nel 1996, Brusca intraprese la strada della collaborazione con la giustizia. Un percorso tortuoso, segnato da iniziali reticenze e accuse di “pentimento pilotato”, ma che si rivelò poi determinante per smantellare alcune delle strutture più profonde di Cosa Nostra.
L’orrore senza giustificazioni: Giuseppe Di Matteo
Ma il crimine che più di ogni altro ha marchiato la sua figura nella memoria collettiva è quello commesso ai danni di Giuseppe Di Matteo, figlio dodicenne di un collaboratore di giustizia. Brusca ne ordinò il sequestro nel novembre 1993, nel tentativo di piegare il padre, Santino Di Matteo, e fargli ritrattare le accuse contro i vertici mafiosi.
Il ragazzo venne tenuto prigioniero per 779 giorni. Una detenzione disumana, conclusasi l’11 gennaio 1996, quando fu strangolato e il suo corpo dissolto nell’acido. Brusca è stato condannato all’ergastolo per quel crimine, assieme ad altri responsabili. Una ferita che nessuna condanna, né collaborazione con la giustizia, potrà mai sanare.
Un uomo libero, ma non dimenticato
L’uscita di scena di Brusca dal radar della sorveglianza giudiziaria è stata accolta, come prevedibile, con indignazione da familiari delle vittime e da parte dell’opinione pubblica. Per molti resta inaccettabile che un uomo responsabile di simili atrocità possa riappropriarsi di una parvenza di normalità. Altri, con più freddezza, ricordano che il percorso di giustizia passa anche attraverso il rispetto delle regole che lo Stato si è dato: se un uomo, anche il più colpevole, sconta interamente la pena, ha diritto alla libertà.
Giovanni Brusca oggi vive sotto una nuova identità, protetto dal programma riservato agli ex collaboratori di giustizia. Ma il suo nome, il suo passato, e i suoi crimini rimangono impressi nella storia del nostro Paese. Un simbolo vivente di quanto profonda e devastante sia stata — e resti — l’ombra della mafia.
