Washington – L’asse tra economia, giustizia e diplomazia si incrina sotto la spinta di tre scosse politiche che, nel giro di 24 ore, riscrivono i confini del potere a Washington. Una corte federale ha congelato i dazi imposti da Donald Trump, dichiarandoli privi di legittimità costituzionale. La Casa Bianca insorge, parla di “ingerenza giudiziaria inaccettabile” e annuncia battaglia legale fino alla Corte Suprema. Intanto Elon Musk formalizza la fine del suo ruolo come funzionario speciale del governo, lasciando il Dipartimento per l’efficienza con parole dure contro la gestione delle spese pubbliche. Sullo sfondo, un nuovo fronte di attrito con Pechino, che minaccia ritorsioni dopo l’annuncio della revoca dei visti agli studenti cinesi e chiede la fine delle tariffe commerciali unilaterali.
La Corte blocca i dazi di Trump: “Non ha l’autorità per farlo”
Il provvedimento della Corte federale rappresenta un colpo pesante alla linea protezionista dell’ex presidente, che aveva imposto dazi su un ampio spettro di importazioni con l’obiettivo dichiarato di “proteggere l’industria americana”. I giudici, però, hanno stabilito che il presidente non può unilateralmente introdurre misure tariffarie straordinarie senza passare dal Congresso. Una questione, questa, che rischia di riaprire vecchie ferite sul bilanciamento dei poteri tra Esecutivo e Legislativo.
La Casa Bianca ha reagito con durezza, accusando la magistratura di “sabotare la sicurezza economica nazionale”. In un comunicato, un portavoce ha dichiarato: “Non spetta a giudici non eletti decidere come affrontare un’emergenza commerciale”. L’amministrazione Trump ha già annunciato l’intenzione di presentare appello, promettendo una battaglia giudiziaria che potrebbe finire sul tavolo della Corte Suprema.
Musk si sfila: “Ringrazio, ma non posso condividere questa gestione”
A rendere ancor più teso il clima politico, arriva l’uscita di scena di Elon Musk dal ruolo di supervisore per il Dipartimento dell’Efficienza Governativa, incarico ricevuto direttamente da Trump con l’obiettivo di individuare e tagliare sprechi nella macchina pubblica. Con una nota ufficiale, il fondatore di Tesla e SpaceX ha confermato l’addio, ringraziando il tycoon per l’opportunità, ma lanciando al contempo una frecciata: “Il nuovo disegno di legge sulla spesa pubblica vanifica mesi di lavoro di revisione. Non posso continuare a sostenere questa direzione”.
La rottura tra Musk e Trump era nell’aria da settimane, tra indiscrezioni su tensioni interne e divergenze sempre più profonde su politica fiscale e strategia industriale. L’uscita del magnate della Silicon Valley potrebbe influenzare non poco anche i suoi rapporti con il Partito Repubblicano, in vista delle presidenziali.
Visti agli studenti cinesi: sale la tensione con Pechino
Sul fronte internazionale, un’altra mossa accende lo scontro tra Washington e Pechino. Il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato l’intenzione di revocare i visti agli studenti cinesi, motivando la decisione con “preoccupazioni legate alla sicurezza nazionale”. La reazione cinese non si è fatta attendere: la portavoce del ministero degli Esteri Mao Ning ha definito l’iniziativa “irragionevole e ideologica”, aggiungendo che la Cina ha presentato “proteste formali” agli Stati Uniti.
Pechino teme una stretta sistematica sulla mobilità accademica e scientifica, un settore dove le relazioni tra i due Paesi sono già logorate dalle dispute su tecnologia e intelligenza artificiale. “Gli Stati Uniti – ha detto Mao – stanno usando la sicurezza come pretesto per alimentare divisioni. Auspichiamo che si possa lavorare per un dialogo costruttivo e stabile.”
Pechino chiede la fine dei dazi e accusa Washington sui chip
Come se non bastasse, dalla Cina è arrivata anche una ferma richiesta di rimozione “immediata” di tutti i dazi unilaterali ancora in vigore. La portavoce del Ministero del Commercio, He Yongqian, ha fatto riferimento ai recenti colloqui a Ginevra per sottolineare che, nonostante le divergenze, le comunicazioni tra le due potenze “restano aperte su vari livelli”. Ma l’irritazione cinese è tangibile, in particolare per “l’abuso dei controlli sulle esportazioni di semiconduttori”, considerato un attacco diretto allo sviluppo industriale del Paese.
Un equilibrio fragile tra giustizia, affari e geopolitica
La giornata che si chiude a Washington restituisce l’immagine di un’America divisa su più fronti. Sul piano interno, lo scontro tra poteri istituzionali si intreccia con tensioni politiche ed economiche sempre più marcate. All’estero, la frizione con la Cina torna ad acuirsi, mettendo a rischio ogni tentativo di dialogo distensivo. In mezzo, le scelte di figure chiave come Elon Musk diventano sintomo – e amplificatore – di un clima di profonda instabilità.
L’era post-Trump doveva segnare un ritorno alla prevedibilità. Ma l’onda lunga delle sue politiche – dai dazi ai rapporti con la Silicon Valley – continua a produrre scosse. E nessuno, oggi, può dire con certezza dove porteranno.
