8 Marzo 2026, domenica
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Il Consiglio d’Europa lancia l’allarme: “Italia, indaga subito sul razzismo nelle forze di polizia”

Profilazioni razziali e fermi discriminatori nel mirino di Strasburgo. La Commissione europea contro il razzismo chiede un’indagine indipendente. “Violati i valori fondamentali dell’Unione”

Strasburgo — Il Consiglio d’Europa punta il dito contro il razzismo sistemico che si anniderebbe tra le pieghe delle forze dell’ordine europee, e chiede all’Italia di correre ai ripari. In un intervento chiaro e diretto, la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI) ha sollecitato Roma a condurre “con la massima urgenza uno studio indipendente sul fenomeno della profilazione razziale da parte della polizia”.

A rendere pubblica la raccomandazione è stato Bertil Cottier, presidente dell’ECRI, presentando il rapporto annuale 2024 dell’organismo. Un invito che arriva senza troppi giri di parole, accompagnato da una diagnosi allarmante: “In diversi Paesi europei — ha affermato — stiamo assistendo a un incremento dei casi in cui le forze dell’ordine effettuano fermi e controlli sulla base del colore della pelle, della presunta origine etnica o della religione delle persone”. Pratiche che, sottolineano da Strasburgo, “sono in aperta violazione dei valori fondanti dell’Europa”.

Sebbene il rapporto non elenchi specificamente i Paesi coinvolti, la vicepresidente della Commissione, Tena Šimonović Einwalter, ha chiarito che l’Italia figura tra quelli dove il fenomeno della profilazione razziale è più marcato. “Anche se il documento non menziona singole nazioni, sulla base dei report precedenti possiamo affermare che l’Italia e la Francia mostrano preoccupanti criticità su questo fronte”.

Un problema sistemico

Le osservazioni dell’ECRI si inseriscono in un contesto di crescente preoccupazione per le pratiche discriminatorie esercitate da alcune forze dell’ordine in Europa. Il controllo arbitrario — spiegano gli esperti — spesso si traduce in fermi immotivati che colpiscono soprattutto persone nere, rom, arabe o musulmane, generando sfiducia, marginalizzazione e violazioni dei diritti umani.

Il fenomeno, in Italia, non è nuovo. Già in precedenti rapporti l’ECRI aveva segnalato l’assenza di un monitoraggio sistematico sui controlli di polizia e l’inefficacia di meccanismi di prevenzione del profiling razziale. Oggi arriva la richiesta formale di un’indagine esterna e imparziale, con l’obiettivo di mappare l’entità del problema e proporre soluzioni concrete.

Il modello britannico: trasparenza e bodycam

Non mancano, tuttavia, esempi di buone pratiche. Come ha evidenziato Els Katsman, esperta della Commissione, il Regno Unito ha compiuto “progressi tangibili” nel contenere il fenomeno della profilazione razziale. Un ruolo chiave, secondo Katsman, è stato giocato dall’adozione diffusa delle bodycam — le videocamere indossate dagli agenti durante il servizio — che hanno permesso una maggiore trasparenza nell’interazione tra polizia e cittadini.

“L’utilizzo delle bodycam — ha sottolineato l’esperta — ha contribuito a ridurre comportamenti discriminatori, a migliorare la formazione degli agenti e a fornire dati cruciali per studi e valutazioni imparziali”.

Una sfida per l’Italia

Per l’Italia, la strada tracciata è chiara: serve una presa di coscienza politica, la volontà di indagare senza pregiudizi e la capacità di riformare. Affrontare il tema del razzismo istituzionale non è solo un obbligo morale, ma un dovere democratico. Un sistema di sicurezza credibile non può permettersi opacità, né può tollerare che l’identità o il colore della pelle diventino criteri di sospetto.

Il Consiglio d’Europa, ancora una volta, offre strumenti e raccomandazioni. Spetta ora al governo italiano raccogliere l’invito — con serietà, trasparenza e responsabilità.

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