Basilea – Le note dell’Eurovision Song Contest continuano a mescolarsi a toni ben più cupi di quelli musicali. A Basilea, in Svizzera, dove l’attesa per la finale dell’evento canoro europeo aveva richiamato pubblico e attenzione internazionale, le strade si sono trasformate in un campo di tensione. Centinaia di manifestanti filo-palestinesi si sono radunati nel centro cittadino per protestare contro la partecipazione di Israele, sfociando in scontri con la polizia.
L’innesco è stato l’annunciato ingresso in scena di Yuval Rapahel, la cantante israeliana che rappresentava il proprio Paese nella serata conclusiva del concorso. Alcuni gruppi di manifestanti, che accusano l’Unione Europea di Radiodiffusione (UER) di legittimare, con tale partecipazione, il ruolo di Israele nel conflitto in corso con Gaza, hanno scandito slogan, esposto striscioni e cercato di forzare il cordone di sicurezza. Le forze dell’ordine sono intervenute con cariche di alleggerimento per disperdere i cortei non autorizzati, generando momenti di forte tensione.
La protesta si è fatta sentire anche attraverso i media. La televisione pubblica spagnola RTVE ha pubblicato poco prima della diretta finale un messaggio inequivocabile: “Di fronte ai diritti umani, il silenzio non è un’opzione. Pace e giustizia per la Palestina”. Il video, della durata di 16 secondi, è privo di audio e presenta il messaggio in spagnolo e inglese su sfondo nero, in segno di lutto e denuncia.
La scelta di RTVE appare come una risposta diretta all’ammonimento ricevuto dall’UER, che nei giorni scorsi aveva minacciato sanzioni nei confronti dell’emittente qualora avesse nuovamente fatto riferimento al conflitto israelo-palestinese durante le trasmissioni ufficiali. Un primo richiamo era già arrivato in occasione della semifinale, quando i commentatori spagnoli avevano accennato all’attacco del 7 ottobre, da cui Rapahel era sopravvissuta.
La presenza di Israele all’Eurovision 2024, pur non nuova a polemiche negli anni passati, ha assunto quest’anno una dimensione simbolica e politica ancora più intensa, complici le immagini della guerra a Gaza e le profonde divisioni che attraversano l’opinione pubblica europea.
Nel frattempo, l’UER continua a ribadire la natura “apolitica” della competizione, ma gli eventi dimostrano come oggi, più che mai, l’arte e la musica non possano considerarsi immuni dal contesto geopolitico in cui si inseriscono. E il palcoscenico dell’Eurovision, pensato come simbolo di unità e celebrazione culturale, si trova ancora una volta a fare da specchio alle contraddizioni del nostro tempo.
