Aveva il terrore di essere uccisa. Lo aveva confidato ai colleghi, più volte, in tono serio e preoccupato. Chamila Wijesuriya, la barista originaria dello Sri Lanka assassinata a coltellate lo scorso 9 maggio all’hotel Berna di Milano, sapeva di essere in pericolo. Aveva paura di Emanuele De Maria, il detenuto lavoratore che poi si è tolto la vita lanciandosi dalla terrazza del Duomo. Un timore che oggi, alla luce dei tragici fatti, suona come un estremo tentativo di chiedere aiuto, rimasto inascoltato.
A rivelare lo stato d’animo della donna sono stati proprio i suoi colleghi, ascoltati nelle scorse ore dagli inquirenti. Chamila, 50 anni, aveva espresso chiaramente il desiderio che De Maria venisse allontanato da lei. Temeva i suoi comportamenti, giudicati aggressivi e imprevedibili. Una richiesta mai formalizzata, mai raccolta, forse mai presa sul serio. E adesso la Procura di Milano indaga anche su questo: se ci siano state sottovalutazioni, omissioni, negligenze.
Il nuovo fascicolo aperto dal pubblico ministero Francesco De Tommasi affianca l’inchiesta principale — destinata a essere archiviata per la morte dell’autore del reato — e mira ad accertare eventuali responsabilità di chi, pur avendo l’obbligo di vigilanza, potrebbe non aver segnalato segnali d’allarme. In particolare si guarda al datore di lavoro dell’hotel, che per legge era tenuto a informare l’amministrazione penitenziaria di eventuali criticità comportamentali del detenuto impiegato nel programma di reinserimento.
Un programma che, sulla carta, sembrava funzionare. Nelle relazioni stilate dal carcere di Bollate, Emanuele De Maria, 35 anni, appariva come un esempio di reintegrazione riuscita: “detenuto modello”, “personalità equilibrata”, “buone relazioni affettive e professionali”. Ma ora, scavando a ritroso, emergono ombre inquietanti. Gli investigatori stanno ricostruendo una storia diversa, fatta di litigi, scatti d’ira, segnali che avrebbero potuto — e forse dovuto — far scattare un campanello d’allarme.
Nel frattempo, anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha disposto un’ispezione interna, chiedendo al Tribunale di Sorveglianza di Milano una relazione urgente. Al centro dell’attenzione ci sono le due valutazioni psicologiche dell’équipe del carcere, risalenti al 2023 e al 2024, e il provvedimento con cui la giudice Giulia Turri aveva autorizzato l’accesso al lavoro esterno.
Il caso di Chamila, diventato ora anche un caso giudiziario e politico, solleva interrogativi profondi sul sistema delle pene alternative e sulla reale efficacia dei controlli. Una donna ha chiesto aiuto. Nessuno ha saputo — o voluto — ascoltarla. E ora si cerca di capire perché.
