5 Ottobre 2026, lunedì
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Il paradosso di Bollate: ritenuto “equilibrato”, ha ucciso. Il caso De Maria scuote la giustizia

Due relazioni favorevoli dal carcere gli avevano aperto le porte al lavoro esterno. Poi il femminicidio, il tentato omicidio e il suicidio. Il ministro Nordio chiede chiarimenti.

Milano – “Equilibrato, collaborativo, senza scompensi psichici”. Così Emanuele De Maria, 35 anni, veniva descritto nei rapporti stilati dagli psicologi del carcere di Bollate. Due valutazioni positive – trasmesse al Tribunale di Sorveglianza di Milano tra il 2023 e il 2024 – avevano convinto i giudici a concedergli il permesso per lavorare all’esterno. In quelle carte, De Maria appariva come un detenuto modello: iscritto all’università, attivo nel percorso di rieducazione e capace di stabilire “relazioni affettive significative” nell’ambito professionale.

Ma dietro quell’apparente reintegrazione si celava un abisso. In meno di 48 ore, De Maria ha compiuto un’escalation di violenza che ha sconvolto la città e sollevato interrogativi profondi sul sistema delle misure alternative alla detenzione. Ha assassinato la collega con cui aveva avuto una relazione, Chamila Wijesuriyauna, 51 anni, cittadina cingalese. Ha tentato di uccidere un altro collega, Hani Fouad Abdelghaffar Nasr, 50 anni, di origine italo-egiziana. Infine, ha messo in atto l’ultimo gesto: si è tolto la vita gettandosi dalla terrazza del Duomo di Milano, davanti ai turisti attoniti.

Un sistema sotto accusa

Il caso ha innescato un’immediata reazione istituzionale. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha richiesto formalmente una relazione dettagliata sull’intera vicenda, aprendo un’attività ispettiva per far luce sulla catena di decisioni che hanno portato all’autorizzazione del lavoro esterno per De Maria. I magistrati di sorveglianza milanesi, a cui spetta il delicato compito di valutare i percorsi rieducativi dei detenuti, sono ora al centro dell’attenzione.

In particolare, si esaminano i criteri adottati per giudicare idoneo un soggetto che, a posteriori, si è rivelato capace di un atto tanto efferato. Le relazioni del carcere di Bollate non lasciavano presagire alcuna instabilità o rischio. Anzi, descrivevano un uomo in evoluzione positiva, socialmente inserito nel contesto lavorativo e apparentemente lontano da comportamenti violenti.

La tragedia e i suoi segnali ignorati

Secondo quanto emerso, De Maria intratteneva una relazione sentimentale con la donna poi uccisa. Una dinamica di possesso e gelosia che, forse, non è stata intercettata o sottovalutata. A questo si aggiunge il tentativo di eliminare un altro collega, in un’azione che sembra pianificata e dettata da un impulso omicida maturato nel silenzio.

Il suicidio, avvenuto in uno dei luoghi più iconici e simbolici di Milano, ha chiuso la vicenda con un gesto spettacolare quanto tragico. Ma ha anche aperto una crepa profonda nel dibattito su come valutare realmente la pericolosità sociale di un detenuto, e se gli strumenti oggi in uso siano sufficienti a prevenire derive letali.

Un modello che traballa

Il carcere di Bollate è considerato un’eccellenza nel panorama penitenziario italiano. Orientato alla rieducazione e al reinserimento sociale, ha spesso fatto scuola in Europa. Ma il caso De Maria impone un riesame. I protocolli di valutazione, le dinamiche relazionali all’interno dei contesti di lavoro esterni, e soprattutto il monitoraggio psicologico di chi gode di permessi, sono oggi sotto la lente.

Quanti altri casi simili potrebbero annidarsi sotto una patina di apparente normalità? Quante relazioni tossiche o situazioni ad alto rischio vengono ignorate perché mascherate da percorsi di recupero?

Una risposta attesa dalla giustizia

Il ministro Nordio ha chiesto “atti e chiarimenti”, ma l’opinione pubblica chiede qualcosa di più: una riflessione profonda sul bilanciamento tra reinserimento e sicurezza. Perché, come dimostra la tragedia di Chamila, quando la fiducia nelle istituzioni fallisce, il prezzo da pagare è altissimo. E spesso irrimediabile.

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