Roma – Comprensibile, forse, l’irritazione della ministra dell’Università Anna Maria Bernini per l’“irrituale” iniziativa del presidente francese Emmanuel Macron. Il capo dell’Eliseo ha invitato direttamente a Parigi rettori italiani e presidenti degli enti di ricerca, per discutere su come rendere l’Europa più attrattiva per i ricercatori in fuga dagli Stati Uniti, spaventati dal clima politico post-Trump.
Ma a suscitare perplessità, più ancora dell’invito francese, è la risposta ufficiale italiana secondo Alfredo D’Attorre, responsabile Università nella segreteria nazionale del Partito Democratico. “L’Italia – spiega in una nota – sostiene di stare già agendo in questa direzione. Una risposta sbagliata, per almeno due motivi di fondo”.
Il primo riguarda il metodo. “In un ambito così cruciale come la ricerca – sottolinea D’Attorre – iniziative nazionali isolate, scoordinate e limitate per portata, non bastano a colmare il ritardo dell’Europa rispetto alle grandi potenze. Serve una strategia comune, forte, capace di incidere nei settori chiave”.
Il secondo punto, più squisitamente italiano, è quello che preoccupa di più. “Come può l’Italia proporsi come leader di una politica europea della ricerca, quando non affronta il nodo dei circa 35.000 giovani ricercatori precari che oggi tengono in piedi una fetta consistente dell’attività scientifica del Paese?”
Un esercito silenzioso, cresciuto con i bandi del PNRR, che ha garantito continuità e risultati nei laboratori e negli atenei. E che ora rischia di restare senza prospettive, complice il progressivo taglio dei fondi e l’assenza di un piano per la fase successiva al Piano di Ripresa e Resilienza.
“Inseguire singole eccellenze americane – osserva D’Attorre – mentre si lascia disgregare il tessuto vivo della ricerca nazionale, è un controsenso. Né per l’Italia né per l’Europa ha senso puntare sulla qualità senza pensare alla stabilità”.
Il monito è chiaro: senza dare futuro ai giovani che oggi lavorano da precari nella ricerca italiana, ogni ambizione europea rischia di restare sulla carta.
