4 Ottobre 2026, domenica
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Salari fermi e giovani esclusi: il lavoro dimenticato dal governo Meloni

La denuncia di Serracchiani e Guerra (Pd): nessun intervento sui salari, occupazione in crescita solo tra gli over 50. Il governo? Tra propaganda e silenzi.

«Nessuna misura concreta per aumentare stipendi e salari, solo propaganda e bugie». È un attacco frontale quello lanciato da Debora Serracchiani, componente della segreteria nazionale del Partito Democratico, contro il governo Meloni. In una nota durissima, la dirigente dem sottolinea l’inerzia dell’esecutivo sul tema cruciale delle retribuzioni:
«Meloni scarica ogni responsabilità, ma la realtà è evidente: finora il suo governo non ha fatto assolutamente nulla per migliorare i salari degli italiani, che restano drammaticamente bassi. Ha detto no al salario minimo — una scelta inspiegabile e grave. Il resto è solo un racconto distorto, frutto di una narrazione che ha perso contatto con la vita vera delle persone».

Ma non è solo il tema salariale a preoccupare il Partito Democratico. Maria Cecilia Guerra, responsabile Lavoro nella segreteria nazionale del partito, sposta l’attenzione sui dati strutturali del mercato occupazionale, che celano — dietro ai numeri apparentemente positivi — una dinamica allarmante:
«Ogni mese l’Istat diffonde dati sull’occupazione, e ogni mese assistiamo al solito copione: se i numeri salgono, il governo si prende i meriti; se scendono, cala il silenzio. Ma le variazioni mensili dicono poco: è l’analisi di lungo periodo a essere davvero rivelatrice».

Guerra fa riferimento agli ultimi dodici mesi, in cui l’occupazione complessiva è cresciuta di 450 mila unità — quasi la metà del milione rivendicato da Meloni. Ma il dato più significativo riguarda la composizione per fasce d’età:
«I lavoratori tra i 50 e i 64 anni sono aumentati di quasi 500 mila unità, mentre i giovani tra i 15 e i 34 anni sono diminuiti di oltre 76 mila. E questo non è solo l’effetto dell’invecchiamento demografico: anche al netto di questi fattori, l’occupazione over 50 cresce del 3,5%, mentre quella giovanile cala dell’1,8%».

Una tendenza che denuncia una vera e propria distorsione nel mercato del lavoro:
«La forza lavoro invecchia molto più rapidamente della popolazione stessa — conclude Guerra — mentre i giovani, intrappolati in contratti precari o costretti a emigrare, restano ai margini. È tempo di affrontare davvero il problema: serve l’introduzione del salario minimo e una lotta concreta alla precarietà. Per questo il voto ai referendum dell’8 e 9 giugno rappresenta un passaggio fondamentale».

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