Roma – “Ci sono volute quattro settimane per cancellare due parole”. Con questo affondo, Maria Cecilia Guerra, responsabile Lavoro nella segreteria nazionale del Partito Democratico, accusa il governo di aver perso tempo prezioso nella gestione della questione relativa agli acconti Irpef per il 2025.
In un post pubblicato su X, Guerra critica apertamente le dichiarazioni del viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, che si è detto “soddisfatto per la prontezza con cui il governo ha risolto il problema”. Una prontezza che, secondo la dirigente dem, non trova alcun riscontro nella realtà dei fatti.
Il nodo: le parole “e 2025” nel decreto fiscale
Tutto ruota attorno al decreto legislativo 216 del 2023, che conteneva una formulazione ambigua sugli acconti Irpef, con il rischio concreto di replicare nel 2025 gli stessi aggravi di adempimenti e versamenti che avevano già colpito i contribuenti nel 2024. La soluzione? Eliminare le parole “e 2025”. Un’operazione apparentemente semplice, che però ha richiesto quasi un mese per essere formalizzata.
Il ritardo e le conseguenze operative
Il comunicato del Ministero dell’Economia, con cui il governo si impegnava a risolvere il problema segnalato dai Caf della Cgil, risale al 25 marzo. Eppure, solo il 22 aprile è stato approvato il decreto legge risolutivo. Un ritardo che, sottolinea Guerra, ha avuto conseguenze concrete: “Gli applicativi per il calcolo corretto degli acconti non hanno potuto essere aggiornati in tempo, e i Caf, che come sempre hanno iniziato gli appuntamenti a partire dal primo aprile, si trovano ora costretti a rielaborare tutte le dichiarazioni”.
Un’accusa di inefficienza e disorganizzazione
Per la dirigente del PD, quanto accaduto è un chiaro esempio di inefficienza amministrativa e disorganizzazione politica: “Perché si è perso così tanto tempo? Si trattava solo di un intervento formale e tecnicamente banale, ma con effetti enormi per migliaia di contribuenti e operatori fiscali”.
Un tema tecnico, ma dal forte impatto sociale
Il caso, sebbene tecnico, tocca un nodo sensibile: la certezza e la semplicità degli adempimenti fiscali. In un momento in cui il rapporto tra cittadini e fisco è già compromesso da sfiducia e percezione di complessità, ogni ritardo si traduce in costi operativi, disagi e ulteriore smarrimento per i contribuenti.
“Altro che prontezza”
“Altro che prontezza – conclude Guerra – questo è un caso di inaccettabile lentezza istituzionale, in cui i costi di un errore e della sua tardiva correzione vengono scaricati su chi lavora ogni giorno per garantire assistenza e legalità fiscale”.
Un attacco frontale che riaccende il dibattito sulla gestione delle politiche fiscali da parte dell’esecutivo, proprio mentre il Paese entra nel vivo della stagione delle dichiarazioni.
