Vestita con un abito tradizionale pachistano e il capo coperto da un velo blu scuro, Nazia Shaheen, madre di Saman Abbas, è entrata nell’aula della Corte d’Assise d’Appello di Bologna con il volto segnato dalla tensione. La sua voce, rotta dal pianto, ha risuonato nel silenzio della sala mentre pronunciava parole cariche di disperazione: “Non sono stata io a uccidere mia figlia”.
Tradotta da un interprete, la donna ha cercato di difendersi dalle accuse che la vedono coinvolta nell’omicidio della giovane Saman, scomparsa nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio 2021 a Novellara. “Io sembro essere in vita, ma in realtà mi sento morta – ha aggiunto con voce tremante – e finché non morirò, passerò la mia esistenza a piangere”.
Shaheen ha ribadito con insistenza di aver voluto rientrare in Italia per raccontare la sua verità. “Non riesco a dimenticarmi di Saman, ho sempre il suo ricordo nel cuore”, ha detto, lasciando trasparire un dolore che però, per gli inquirenti, non basta a scagionarla.
La sua testimonianza arriva in un processo delicato e complesso, in cui la ricerca della verità si intreccia con le dinamiche di una tragedia familiare che ha scosso l’opinione pubblica. Resta ora da capire se le sue parole potranno convincere i giudici o se il peso delle prove continuerà a schiacciarla. Il destino giudiziario di Nazia Shaheen è appeso a un filo, mentre il ricordo di Saman resta una ferita aperta per tutti.
