6 Ottobre 2026, martedì
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Stellantis, il fronte caldo in Parlamento: Elkann accusato di tradire l’Italia

Tra promesse infrante, investimenti mancati e un futuro incerto, l’audizione di John Elkann diventa un campo di battaglia politico

Era un’audizione che prometteva fuochi d’artificio, ma nessuno si aspettava che le scintille esplodessero così violentemente. Il presidente di Stellantis, John Elkann, chiamato a spiegare le scelte industriali del colosso automobilistico in un momento delicato per l’industria italiana, si è trovato di fronte una tempesta politica senza precedenti. Da un lato, il governo e le forze politiche si sono schierate contro le promesse non mantenute e il destino incerto di migliaia di lavoratori, dall’altro, l’ingresso di Elkann nelle stanze di Palazzo ha sollevato il velo su una serie di contraddizioni, che potrebbero segnare il futuro del gruppo e dell’auto in Italia.

Chiara Appendino (M5S): “Stellantis non è più un’azienda di auto, è solo un asset finanziario”

A dare il via alla serie di attacchi è stata Chiara Appendino, vicepresidente del Movimento 5 Stelle, che non ha risparmiato critiche al gruppo automobilistico. Con una durezza che ha sorpreso più di qualcuno, la deputata ha accusato Stellantis di aver tradito l’Italia, riducendo la produzione e spostando gli investimenti all’estero. “Oggi Stellantis non è più un’azienda di auto, ma un asset finanziario, un enorme strumento di guadagno per i suoi soci. Mentre i lavoratori italiani sono trattati come oggetti tra cassa integrazione e contratti di solidarietà, i dividendi per i proprietari volano a 17 miliardi. E per cosa? Per la perdita di oltre 2 milioni di auto prodotte e per una quota di mercato europea che è passata dal 20% al 15,7%? Come possiamo credere a chi promette senza mai mantenere?”, ha tuonato Appendino, dipingendo un quadro preoccupante di un’industria italiana che sembra essersi svuotata progressivamente delle sue radici.

Le parole di Tavares, lo smacco della delocalizzazione

Il cuore dell’accusa di Appendino riguarda un altro episodio che ha suscitato indignazione: l’intervento di Carlos Tavares, l’amministratore delegato ad interim di Stellantis. “La sua audizione è stata indecorosa”, ha continuato Appendino, ricordando come Tavares avesse giustificato la delocalizzazione della produzione con un argomento che ha fatto infuriare i parlamentari. “Ci ha detto che la colpa del disastro occupazionale italiano è da attribuire agli italiani stessi, che non comprano abbastanza macchine elettriche. Ma dove produci non ha nulla a che fare con dove vendi, è una verità che un bambino capirebbe. Eppure, il nostro gruppo ha cominciato a disinvestire prima della transizione ecologica, colpendo duro sul cuore della filiera auto italiana”, ha accusato Appendino.

La vicepresidente del Movimento 5 Stelle ha concluso con un attacco diretto alla gestione degli investimenti: “Riempire d’oro chi ha smantellato l’automotive in Italia è stato un insulto ai lavoratori. Ci auguriamo che almeno con il nuovo amministratore delegato non si ripeta lo stesso scempio”. Il messaggio era chiaro: Stellantis non ha più giustificazioni per i fallimenti passati e deve fare i conti con le sue promesse non mantenute.

La Lega: “Vergognoso, Elkann deve scusarsi”

Il fuoco non si è spento nemmeno quando la Lega ha preso la parola. In una nota infuocata, il partito ha bollato le parole di Elkann come “vergognose”. Il gruppo automobilistico, secondo la Lega, avrebbe prosperato grazie ai fondi pubblici italiani, per poi licenziare i lavoratori e spostare la produzione all’estero. Il partito ha chiesto un’immediata scusa da parte del presidente di Stellantis: “Elkann ha distrutto il settore dell’auto in Italia, e adesso ha il coraggio di prendersi il lusso di parlare di ‘investimenti’ mentre licenzia i lavoratori e disinveste nel nostro Paese”, si legge nella nota. “Stellantis è cresciuta con i soldi degli italiani, ora è tempo che restituisca qualcosa al Paese che le ha dato tanto”.

Elly Schlein (PD): “Una follia riconvertire il settore per la difesa”

Nel frattempo, Elly Schlein, leader del Partito Democratico, ha sollevato un’altra questione che ha diviso il dibattito: la proposta del governo di riconvertire la filiera automobilistica per la produzione di armamenti. “È una follia pensare che il futuro dei lavoratori italiani debba dipendere dalla riconversione della filiera in una economia di guerra. Non possiamo permettere che l’auto diventi un’industria bellica. Questa è una propaganda di Stato che non tiene conto delle reali difficoltà del settore e delle sue implicazioni sociali”, ha dichiarato Schlein, accusando anche il governo di non aver messo in campo una politica industriale forte. “Serve un piano europeo per salvare l’automotive, ma il governo sembra voler coprire la sua inadeguatezza con soluzioni senza senso”.

Carlo Calenda (Azione): “Elkann non si assume le responsabilità”

Infine, Carlo Calenda, leader di Azione, ha lanciato l’ultima accusa devastante. “Elkann non ha mai ammesso un errore. È facile parlare di futuro quando non si fa i conti con i fallimenti passati. Stellantis ha tradito le promesse fatte, i prestiti concessi per garantire l’occupazione sono stati spesi altrove. Oggi siamo ai minimi produttivi, ma il piano del gruppo per il 2025 è ancora più deludente”, ha dichiarato Calenda. L’ex ministro ha messo in discussione i numeri che Elkann ha fornito, chiedendo chiarimenti concreti sulla produzione futura e sulle reali possibilità di recupero. “Nel 2025, Stellantis lancerà pochi modelli, e la Panda e la 500 non possono reggere il peso di un intero piano industriale. Quanto ancora dobbiamo aspettare prima che Elkann si assuma la responsabilità dei fallimenti passati?”, ha concluso Calenda.

Un futuro incerto per Stellantis in Italia

La tempesta che ha travolto l’audizione di Elkann in Parlamento non è solo un episodio di politica industriale, ma un segnale chiaro di un settore automobilistico italiano in profonda crisi. Le promesse di rilancio fatte da Stellantis, alla luce delle dure accuse e dei numeri sempre più preoccupanti, sembrano lontane dall’essere realizzabili. Con la delocalizzazione della produzione, la perdita di quote di mercato e una visione sempre più orientata verso l’elettrico, l’industria automobilistica italiana sembra rischiare di perdere la sua identità. E, mentre il governo e le opposizioni si accapigliano sul futuro del settore, i lavoratori italiani restano sospesi in un limbo, aspettando risposte che non arrivano mai. Il bilancio tra promesse, fallimenti e responsabilità non è ancora chiuso, ma le premesse per un futuro incerto sono ormai evidenti.

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