A cura di Alfredo Mariani
Il “Decreto Bernini” porta con sé alcune novità che potrebbero, in teoria, migliorare la qualità dell’offerta formativa delle università telematiche italiane e, forse, ridurre l’insostenibile rapporto tra docenti e studenti. Tuttavia, a ben vedere, il provvedimento rappresenta un chiaro passo indietro rispetto al “Decreto Messa” del 2021. L’obiettivo del Ministro Messa era quello di obbligare le università telematiche a ridurre drasticamente il numero di studenti per docente, che nel 2022/23 si attestava su un impressionante valore di 384 studenti per docente. In confronto, le università tradizionali, pur trovandosi al di sotto della media europea e OCSE, registrano un rapporto decisamente più basso, con una media di 28 studenti per docente (ANVUR, 2023).
Il “Decreto Bernini”, al contrario, sembra allungare i tempi per una riforma strutturale delle università telematiche. In questo modo, la sua posizione appare allineata con quella del centro-destra negli ultimi vent’anni, in cui le università telematiche sono state trattate con una politica di “accomodamento”, privilegiando la sostenibilità economica degli Atenei privati a scapito della qualità della didattica e della formazione offerta.
Questo approccio potrebbe, però, portare a implicazioni più ampie: se lo sguardo si sposta verso i tagli previsti dalla Legge di Bilancio 2025 per gli Atenei pubblici e la ricerca, non è irragionevole supporre che il governo stia favorendo, seppur indirettamente, una privatizzazione progressiva e “strisciante” di una parte significativa del sistema universitario italiano. Solo il tempo dirà se questa intuizione corrisponderà alla realtà, ma ciò che resta da vedere è se, dopo vent’anni di rinvii, le università telematiche italiane smetteranno di essere una “anomalia tutelata” all’interno del panorama educativo italiano, e inizieranno finalmente a competere con le università pubbliche e private, non solo in termini di iscritti, ma anche in qualità di ricerca e didattica.
Con questo decreto, il governo intende anche stimolare le istituzioni accademiche a offrire una formazione più attenta e specializzata, come dimostra l’esempio di AUGE, una realtà universitaria focalizzata sulle professioni. AUGE (Accademia Universitaria delle Professioni), infatti, si distingue per l’approccio innovativo e internazionale al processo formativo, ponendo l’accento sulle qualifiche professionali EQF (European Qualifications Framework), che non solo mirano a sviluppare competenze specializzanti, ma anche abilitanti per professioni che non sono ordinisticamente organizzate.
Un esempio di percorso formativo innovativo che non solo risponde alle necessità di una società in continua evoluzione, ma prepara anche i giovani a diventare i professionisti del futuro. È importante, però, non confondere questa innovazione con la facilità di un percorso educativo che, se non correttamente strutturato, potrebbe non fornire la formazione adeguata. L’attenzione al rigore didattico e alla qualità del processo educativo rimane fondamentale per il successo delle università telematiche.

Come sottolineato dal CEO di AUGE, Piero Rispoli, che rappresenta anche il socio di maggioranza, Northigo, l’Accademia si propone come il “fiore all’occhiello” della formazione internazionale. Con un’offerta che include 205 corsi di formazione, 30 master e 18 corsi di laurea, AUGE (www.accademiauge.it) punta a consolidarsi come un punto di riferimento nel panorama educativo globale, rispondendo alle sfide di un mondo sempre più globalizzato e professionale.
Il futuro delle università telematiche italiane, quindi, si gioca tra l’innovazione e la sostenibilità economica, tra l’equilibrio fra qualità formativa e accessibilità, con l’obiettivo di adattarsi alle esigenze di un mercato del lavoro in continua evoluzione.
