A cura di Graziella Pommi
Il governo guidato da Giorgia Meloni sta elaborando una riforma epocale per i medici di base, introducendo cambiamenti radicali nel loro status professionale, negli orari di lavoro e nei luoghi di visita. La bozza, promossa dal Ministro della Salute Orazio Schillaci e sostenuta dalle Regioni, ha trovato il plauso anche del presidente del Lazio, Francesco Rocca, che ha dichiarato: “Il sistema così com’è congegnato non regge”.
Da liberi professionisti a dipendenti del SSN
Uno degli aspetti centrali della riforma è il passaggio dei medici di base dallo status di liberi professionisti a dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Le nuove assunzioni riguarderanno i medici di base che diventeranno a tutti gli effetti dipendenti pubblici, al pari dei colleghi ospedalieri. Tuttavia, per i professionisti già in servizio, sarà lasciata la libertà di scegliere se mantenere lo status di liberi professionisti o aderire al nuovo regime contrattuale.
Orari più estesi e nuovi presidi territoriali
I medici assunti dovranno operare sia nei propri studi che nei nuovi presidi territoriali, garantendo una copertura oraria dalle 8:00 alle 20:00 e offrendo servizi diagnostici avanzati. La riforma prevede un impegno settimanale di 38 ore, una differenza sostanziale rispetto all’attuale minimo garantito, che varia tra le 5 e le 15 ore a seconda del numero di pazienti assistiti.
Il monte ore settimanale sarà suddiviso tra assistenza diretta ai pazienti e programmazione territoriale, in base al numero di assistiti:
- Fino a 400 assistiti: 38 ore settimanali nel distretto o sue articolazioni, di cui 6 ore dedicate agli assistiti e le restanti alla programmazione territoriale.
- Da 401 a 1.000 assistiti: 12 ore dedicate agli assistiti, il resto alla programmazione territoriale.
- Da 1.001 a 1.200 assistiti: 18 ore per l’assistenza diretta, il resto alla programmazione territoriale.
- Da 1.201 a 1.500 assistiti: 21 ore per i pazienti, il resto alla programmazione territoriale.
- Oltre 1.500 assistiti: 24 ore dedicate agli assistiti, il resto alla programmazione territoriale.
Questa nuova organizzazione garantirà la presenza di un medico durante l’intera giornata e un’assistenza sanitaria più capillare sul territorio.
1.350 Case della Comunità e servizi diagnostici avanzati
Per rendere operativa la riforma, il governo prevede l’utilizzo di 1.350 Case della Comunità, finanziate con 2 miliardi di euro dal PNRR, e degli ambulatori pubblici messi a disposizione dalle Regioni. Questo garantirà ai pazienti la possibilità di trovare un medico di base disponibile nella fascia oraria 8:00-20:00, sette giorni su sette, con accesso a servizi diagnostici avanzati come elettrocardiogrammi, ecografie e spirometrie.
Un nuovo percorso di formazione per i medici di base
La riforma prevede anche una rivoluzione nel percorso formativo dei medici di base. Attualmente, per esercitare questa professione, è necessario frequentare un corso di formazione triennale gestito dalle Regioni. La proposta del governo è di trasformare questo percorso in una laurea specialistica di quattro anni, similmente a quanto avviene per i medici ospedalieri.
Una svolta storica per la sanità italiana
Queste modifiche rappresentano una trasformazione profonda del sistema sanitario italiano, con l’obiettivo di migliorare l’efficienza e l’accessibilità dell’assistenza primaria per i cittadini. La riforma punta a rafforzare la presenza territoriale dei medici, garantendo un servizio più capillare e tempestivo, e a valorizzare la loro professionalità attraverso un nuovo modello organizzativo più strutturato e funzionale. Se attuata con successo, potrebbe segnare una nuova era per la medicina di base in Italia.
