A cura di Sara Di Luca
Le recenti “assoluzioni” di due figure politiche rilevanti, Matteo Renzi e Matteo Salvini, sono state utilizzate dalla magistratura non solo per dimostrare la propria indipendenza dalla politica, ma anche come un messaggio chiaro: i giudici non si lasciano dalle accuse, nemmeno quando riguardano persone di alto profilo. Tuttavia, dietro questa facciata di imparzialità, c’è qualcosa che va oltre le apparenze e che merita una riflessione più profonda.
Un processo è sempre un tentativo di ricostruire i fatti, ma il problema nasce quando non si tratta di un “fatto” concreto, ma di una teoria, un’interpretazione, che può essere influenzata da opinioni personali, politiche o storiche. A volte, ciò che dovrebbe essere oggetto del processo diventa qualcosa di più complicato, come se la giustizia dovesse decidere non solo sul fatto, ma anche su questioni politiche o morali che non spettano ai giudici.
Un esempio è stato il caso della cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, dove si è passato dall’accertamento dei fatti alla creazione di teoremi, tentando di riscrivere la storia del Paese e dando giudizi che appartengono alla politica, non alla giustizia. Quando i magistrati iniziano a formulare teorie anziché attenersi ai fatti, il processo perde la sua funzione principale, che è quella di accertare la verità e attribuire responsabilità, non quella di affermare la verità personale di un singolo magistrato.
In un contesto politico delicato, come quello in cui i leader politici sono esposti, il rischio di usare i processi come strumenti di lotta politica è ancora più alto. La giustizia può diventare un’arma che, al posto di cercare la verità, punta a indebolire gli avversari politici attraverso accuse non supportate da fatti concreti. In questi casi, il processo rischia di diventare più un gioco di potere, fatto di propaganda e sentenze pregiudiziali, che non una vera ricerca della verità.
