17 Giugno 2024, lunedì
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Prof. Avv. Giuseppe Catapano su Gaza: violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani

A cura di Ionela Polinciuc

La situazione in Gaza continua a destare preoccupazione a livello internazionale a causa delle violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani che si verificano in questa regione. In questa intervista approfondita con il Prof. Avv. Giuseppe Catapano, su questo argomento, abbiamo cercato di analizzare i recenti eventi e le implicazioni per la popolazione civile coinvolta nel conflitto.

Prof. Catapano: Qual è la Sua opinione sulle azioni intraprese dalle parti coinvolte nella guerra in Gaza? Ritiene che siano giustificate o inaccettabili?

L’inizio del conflitto odierno, secondo molti, risale al 1947, quando le Nazioni Unite votarono, in seguito allo sterminio di gran parte degli ebrei europei durante l’Olocausto, per la spartizione del mandato della Palestina in due Stati: uno ebraico (Israele) e uno arabo (che non decollò). La lotta tra gruppi armati ebrei, alcuni dei quali erano considerati organizzazioni terroristiche dai britannici, e i palestinesi si intensificò fino alla dichiarazione di indipendenza di Israele nel maggio 1948. La penisola del Sinai fu restituita da Israele all’Egitto nel 1981, dopo una serie di accordi che costarono la vita all’allora presidente egiziano Anwar el-Sadat, il problema dei rifugiati palestinesi continuò a essere una delle principali questioni in sospeso. Milioni di essi si trovavano in campi profughi in diverse nazioni limitrofe, aspettando una soluzione immersi nella miseria.

Qual è la Sua valutazione della risposta della comunità internazionale alla guerra in corso nella Striscia di Gaza? Ha l’impressione che sia stata sufficiente o che siano necessarie azioni più incisive?

Per vent’anni Israele considerò la popolazione palestinese sotto il suo controllo come in larga parte addomesticata, al punto da continuare con le espansioni coloniali e le espropriazioni in Cisgiordania. I palestinesi furono a lungo usati anche come forza lavoro economica all’interno di Israele. Quest’illusione andò in frantumi nel dicembre 1987, quando i giovani palestinesi scesero in strada per ribellarsi contro l’esercito israeliano. La rivolta, che prese il nome di intifada, fu caratterizzata da arresti di massa, una punizione durissima da parte di Israele e centinaia di palestinesi processati e uccisi come spie dall’Olp. La causa palestinese si era manifestata in tutta la sua drammaticità al mondo intero. Arafat fu rafforzato e considerato un leader da prendere sul serio cercare compromessi, inclusa una soluzione a due Stati con Israele. 1993, iniziarono colloqui segreti tra Israele e l’Olp, portando agli Accordi di Oslo, che istituirono l’Autorità nazionale palestinese e l’autogoverno in alcune parti della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Alcuni palestinesi di spicco li considerarono come una forma di resa, mentre gli israeliani di estrema destra si opposero alla cessione di insediamenti o territori. Tra gli israeliani, l’opposizione politica a Oslo fu guidata dai futuri primi ministri Ariel Sharon e Benjamin Netanyahu, che presero parte a comizi in cui l’allora presidente israeliano Yitzhak Rabin veniva ritratto come un nazista. La vedova di Rabin incolpò i due uomini per l’assassinio di suo marito, perpetrato da un estremista nazionalista israeliano nel 1995. Nel 2006 il partito islamista radicale Hamas, dopo una lunga guerra civile con l’Olp vinse le elezioni, e per i palestinesi della Striscia la situazione si complicò. Israele decretò un embargo totale dell’enclave – con controllo continuo dello spazio aereo e delle acque territoriali – e l’economia palestinese sprofondò.

Crede che le violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani durante la guerra in Gaza debbano essere perseguite a livello internazionale, ad esempio attraverso la Corte Penale Internazionale?

I governi occidentali esprimano ancora ufficialmente il loro sostegno a una soluzione a due Stati, non si è registrato alcun progresso nello spingere per un accordo. Netanyahu, il primo ministro israeliano più longevo, si è detto più volte contrario a uno Stato palestinese e vari membri del suo governo sostengono apertamente l’annessione di tutta o parte della Cisgiordania. Gruppi per i diritti umani israeliani e stranieri hanno parlato di una situazione, nei territori occupati, assimilabile all’apartheid nei territori occupati. Il conflitto prolungato, l’occupazione militare israeliana, il blocco di Gaza, le violazioni delle leggi internazionali in materia umanitaria e di diritti umani, le divisioni politiche interne palestinesi e i frequenti periodi di escalation delle ostilità continuano a peggiorare le condizioni di vita dei civili palestinesi.

Prof Catapano: Qual è la Sua opinione sulle prospettive di pace e risoluzione del conflitto in Gaza? Crede che sia possibile raggiungere una soluzione duratura, e quali misure ritiene necessarie per ottenerla?

Già prima dei fatti di ottobre il 2023 si è caratterizzato come un anno di violenze senza precedenti, assimilabile a uno scenario di guerra vera e propria, con cinque pesanti attacchi militari a Jenin, oltre a numerosi altri nel resto della Cisgiordania, in particolare nell’area di Nablus e a Gerusalemme Est, e a Gaza che hanno portato ulteriore devastazione e morte in territori già gravemente compromessi. La prolungata crisi umanitaria in Palestina ha provocato gravi conseguenze per i civili, tra cui: * la mancanza di accesso ai servizi di base * lo sfollamento di migliaia di famiglie dalle loro case * la riduzione delle opportunità di lavoro * la restrizione di movimento. Infatti i palestinesi più vulnerabili devono fare ogni giorno i conti con la mancanza di un’adeguata assistenza sanitaria, a causa di un sistema sanitario sovraccarico e con scarse risorse, alloggi inadeguati, insicurezza alimentare e aumento della povertà e della disoccupazione. Anche il diritto all’istruzione dei bambini palestinesi è minacciato: gli ultimi tre anni scolastici sono stati difficilissimi, segnati dalla pandemia, dalle frequenti interruzioni delle lezioni a causa delle continue escalation di violenza e dai numerosi scioperi causati dalla crisi finanziaria che il sistema educativo palestinese sta attraversando ormai da tempo. La situazione tra Israele e Palestina non si è mai risolta.

Come giudica il ruolo dei media nell’affrontare la guerra in Gaza? Cosa pensa del modo in cui i media hanno riportato il conflitto e l’impatto che questo ha avuto sull’opinione pubblica?

Ci sono però stati momenti in cui un accordo – se non di pace, almeno di convivenza – è sembrato più vicino. Ad esempio: il 13 settembre del 1993 Ytzhak Rabin, primo ministro israeliano, e Yasser Arafat, leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp), firmarono nel cortile della Casa Bianca gli accordi di Oslo. La data fu storica perché, per la prima volta, Israele riconobbe all’Olp il diritto di governare su alcuni dei territori che aveva occupato e quest’ultima riconobbe a sua volta il diritto di Israele a esistere e promise di rinunciare all’uso della violenza per creare uno Stato palestinese. Nel 1995, i due leader firmarono un’altra serie di accordi, noti come Oslo II, ma il processo di pace si interruppe. Nello stesso anno, Rabin venne infatti ucciso da un fanatico religioso, l’Olp venne accusata di essere complice della lotta armata e l’anno dopo, in Israele, divenne premier un politico che aveva più volte definito quei compromessi un errore: si trattava di Benjamin Netanyahu. Il 7 ottobre 2023 dalla Striscia di Gaza parte un massiccio lancio di migliaia di razzi verso Israele che raggiungono anche Tel Aviv e Gerusalemme.

Quali misure ritiene che la comunità internazionale dovrebbe adottare per prevenire futuri conflitti simili a quello in Gaza e promuovere la pace e la stabilità nella regione?

Dietro all’attacco c’è Hamas: viene lanciata l’Operazione al-Aqsa, per “mettere fine ai crimini” di Israele. Miliziani del gruppo sfondano le barriere fisiche che separano la Striscia dal territorio di Israele, entrano nei kibbutz e a un festival musicale e sparano ai presenti. Alcuni israeliani vengono rapiti e portati a Gaza. Le vittime degli attacchi sono stimate in circa 1.400. Dopo l’attacco, il governo israeliano risponde con un’operazione militare che chiama “Spade di ferro”. Decine di migliaia di riservisti vengono richiamati nell’esercito e Netanyahu – rieletto primo ministro nel dicembre 2022 – annuncia ai cittadini: “Siamo in guerra e vinceremo”.

Cosa pensa dell’uso della forza militare come mezzo per risolvere le dispute e i conflitti internazionali, come evidenziato dalla situazione in Gaza?

In molti hanno sottolineato come la debolezza del governo di Netanyahu e le falle nell’intelligence israeliana abbiano aiutato la controparte a sferrare un attacco di cui non si immaginava l’entità. Si sospetta che Hamas sia stato supportato da altri Stati, come ad esempio l’Iran (che però ha smentito in via ufficiale il suo coinvolgimento, pur dicendo di appoggiare “orgogliosamente e incrollabilmente la Palestina”). Il conflitto è scoppiato in un momento in cui si è entrati nel vivo nei negoziati per la normalizzazione delle relazioni tra Israele e Arabia Saudita, sempre sotto l’egida degli Stati Uniti e sempre nel contesto degli Accordi di Abramo del 2020.

Qual è la Sua opinione sulla responsabilità delle parti coinvolte nella guerra in Gaza di proteggere i civili e rispettare il diritto internazionale umanitario?

Dopo gli attacchi di Hamas, la risposta di Israele si è concentrata su Gaza, con bombardamenti e, solo successivamente, con un’offensiva anche di terra che ha portato a grandi evacuazioni nella Striscia. I due popoli hanno combattuto molte guerre, e Israele ha condotto diverse offensive contro la Striscia di Gaza, inclusa quella in corso e per la quale la Corte internazionale di giustizia (CIG) ha ritenuto plausibile che le azioni di Israele possano portare a un genocidio. Un’offensiva, quella attuale, che non è che l’ultimo capitolo di una storia che da 57 anni contrappone occupante e occupato, in totale violazione di risoluzioni ONU e sentenze della CIG, portando i Territori Palestinesi Occupati a una condizione di discriminazione tale da essere definita “apartheid” da diverse organizzazioni per i diritti umani.

Ritiene che la guerra in Gaza abbia avuto un impatto significativo sulle relazioni internazionali e sulla percezione del ruolo dei vari attori globali?

Questi lunghi decenni di violenza e privazione di diritti hanno contribuito a diffondere l’idea che la convivenza tra i due popoli sia oramai impossibile. In realtà, l’attuale situazione minaccia ancor di più l’orizzonte della soluzione a due stati. Induriti da anni di retorica relativa alla sicurezza nazionale e da uno stato altamente militarizzato, la maggioranza degli israeliani difficilmente potrebbe accettare oggi di vivere a fianco a uno stato palestinese dotato di esercito proprio. Dall’altro lato, i palestinesi sono stati per anni illusi di ottenere uno stato indipendente e oggi sono sempre più isolati e internazionalmente percepiti come un manipolo di terroristi: un’interpretazione che mina il loro diritto all’autodeterminazione. Persino lo slogan che rivendica la libertà palestinese “from the river to the sea” viene spesso inteso come un’intimidazione antisemita, quando piuttosto ricorda che i palestinesi, che vivono tra il Giordano e il Mediterraneo, non sono liberi: non lo sono nei territori occupati in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est, e non lo sono nemmeno coloro che vivono in Israele, discriminati su base nazionale.  Per 75 anni, la violenza tra israeliani e palestinesi è stata ciclica e intervallata da diversi tentativi diplomatici di imporre la pace attraverso la soluzione a due stati.

Qual è la Sua visione del ruolo del sistema giudiziario e del diritto internazionale nel promuovere la pace, la giustizia e i diritti umani in situazioni di conflitto come quello in Gaza?

Tuttavia – come sosteneva nel 1999 l’intellettuale palestinese Edward Said, sostenitore di uno stato per due popoli – nessuna delle due parti ha avuto un’opzione militare praticabile contro l’altra, il che è il motivo per cui entrambe hanno optato per una pace, quella degli Accordi di Oslo del 1993, che ha tentato così palesemente di realizzare ciò che la guerra non era riuscita a fare. Inoltre, le politiche di Netanyahu, il più longevo premier d’Israele, hanno di fatto seppellito la soluzione a due stati e oggi – rimangono solo due possibilità: “Un’altra Nakba o uno stato per due popoli”. Nel primo caso, quello cui sembra tendere oggi il governo israeliano, il risultato sarebbe una sorta di über nazione, dove i diritti sono garantiti su base etnica e in cui la legittimità dello stato nazionale israeliano è antitetica al diritto internazionale. Il secondo scenario, invece, si potrebbe profilare con uno stato federale, dove i diritti di cittadinanza prevalgono su quelli nazionali. Uno scenario forse ambizioso e per il quale bisognerebbe “ammorbidire, diminuire e infine rinunciare allo status speciale di un popolo a scapito dell’altro. La Legge del Ritorno per gli ebrei e il diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi devono essere considerati e rifinite insieme”. Uno stato comune dove prevalgono le identità civiche e trasversali di ebrei e palestinesi richiederebbe un reciproco sforzo identitario a sostegno del nuovo equilibrio demografico: la rinuncia ad essere uno stato fondato esclusivamente sull’identità ebraica da un lato, e, dall’altro, rinunciare all’idea che la libertà palestinese possa avvenire solo al prezzo di esodi e politiche che ripristino la demografia di cent’anni fa. L’alternativa alle due opzioni è quanto vediamo da almeno vent’anni: il mantenimento di uno status quo a livello di diplomazia internazionale, utile solo a preservare un regime d’occupazione che espande colonie illegali, e di una prevaricazione di una parte sull’altra a colpi di devastanti offensive militari. E che, come dimostra quanto accaduto lo scorso 7 ottobre, non può che deflagrare in altra frustrazione collettiva, sete di vendetta e quindi atti di terrorismo. Quanto più persistono gli attuali modelli di insediamento israeliano e del confinamento palestinese che ne alimenta lo spirito di resistenza, tanto meno è probabile che ci sia una reale sicurezza per entrambe le parti. Infine, l’illusione che la sottomissione e la disuguaglianza siano prima o poi accettate e normalizzate resta, appunto, un’illusione.  Oggi, quello di uno stato binazionale per israeliani e palestinesi rimane una chimera geopolitica per il semplice fatto di non essere mai stato debitamente preso in considerazione. Un’idea che quasi un secolo fa era attivamente promossa da diversi intellettuali ebrei, prima che il Sionismo prendesse il sopravvento sugli eventi e costringesse quest’opzione ai margini delle menti dei sognatori e degli operatori di pace. Un’opzione che non sarebbe inedita nella sua sperimentazione, come dimostra il Sudafrica post-apartheid, ma che – richiede “una volontà innovativa, audace e teorica per superare l’arido stallo dell’affermazione e del rifiuto”. Una volta effettuato il riconoscimento iniziale dell’altro come uguale, la strada da seguire diventerebbe non solo possibile ma anche attraente.

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