2 Ottobre 2022, domenica
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Giuseppe Petrarca: ”Scrivere è un atto di libertà, oserei dire rivoluzionario”


A cura di Ionela Polinciuc
”La città puntellata”: si chiama cosi il meraviglioso libro che porta ad una riflessione lunga e profonda.
”Napoli è devastata dal sisma del 23 novembre 1980. Il mancato miracolo di san Gennaro di qualche mese prima diventa un presagio di sventura su un popolo abituato alla sofferenza e per questo, forse, in grado di sopportarla meglio di altri. La gente si riversa nelle strade e nelle piazze, le ambulanze sfrecciano per soccorrere i feriti, si scava freneticamente tra le macerie alla ricerca dei sopravvissuti. Nei novanta terrificanti secondi del sisma si incrociano le vite dei protagonisti: il dottor Roberto Vitale, neolaureato in medicina che si adopererà, fin dalle prime ore del disastro, a salvare vite umane; l’insegnante Mariangela Greco alle prese con il fallimento del suo matrimonio con l’imprenditore Salvatore Nazzaro, distrutto dal tracollo finanziario della sua ditta; il giornalista Antonio Di Carlo, inviato nelle zone della Lucania devastate dal sisma e tormentato dall’amore struggente per Mariangela; la professoressa Enza De Martino, che perderà il marito Ciro nel crollo della sua abitazione e il vicequestore Francesco Amendola, alle prese non solo con le faide camorristiche ma anche con la lotta alle organizzazioni criminali che si fiondano sui soldi della ricostruzione. Quella che traspare è una Napoli lacerata nel corpo e nella mente, in cui le macerie reali rappresentano la metafora di quelle che cadranno sulla coscienza civile. La città puntellata si conferma terreno di distruzione, ma al contempo trae la forza per garantire una speranza, seppur precaria.”
Al riguardo, abbiamo intervistato l’autore del libro: ” La città puntellata”, Giuseppe Petrarca.
Come nasce l’idea di scrivere questo libro?
Scrivere è un atto di libertà, oserei dire rivoluzionario. L’obiettivo è di utilizzare storie quotidiane per affrontare alcuni problemi di impatto sociale e civile, così da addentrarmi in atmosfere realistiche che tracciano un quadro oggettivo della società del nostro tempo, evidenziando, in particolar modo, i mali, le ingiustizie, le tristi e dolorose condizioni di vita delle classi più sventurate. Questa è la mia strada: credo che la scrittura debba avere una funzione sociale così da indurre il lettore a pensare, a riflettere, a formare un giudizio critico autonomo. Ecco perché prendo spunto dalla realtà, affondo il coltello nelle piaghe della società.

Le è mai venuto il blocco dello scrittore?
In verità, nonostante il mio percorso costellato da consensi e numerosi riconoscimenti, quando mi confronto con le distorsioni del mondo editoriale, spesso ne subisco il peso, soprattutto per la mancanza oggettiva di meritocrazia, ma bastano pochi istanti e supero ogni asperità, evitando di “bloccare” la mia produzione letteraria.

Ma gli scrittori mentre scrivono fanno leggere agli amici per avere un parere?
Per la lettura mi affido a due amiche carissime molto esperte in tema di libri e scrittura, poi per i miei gialli sociali cerco di erudirmi con i consigli “medico/sanitari” di un eccellente professionista nonché mio fraterno amico. Le prime bozze, invece, passano al vaglio, soprattutto dal punto di vista della sintassi, della mia compagna.

Il Premio Costiera Arte 2022 è stato un evento importante per lei?
Ricordo con emozione la cerimonia di premiazione. La qualità della giuria, la straordinaria capacità organizzativa di Costiera Arte presieduta dal maestro Silvio Amato, e le presenze di alto valore come quella del professor Luca Filipponi, della soprano Tania Di Giorgio, dell’autore Rai Gino Aveta e del professor Giuseppe Catapano, hanno arricchito una serata da incorniciare nella mia memoria. Un vero onore aver ricevuto il prestigioso riconoscimento per il mio romanzo “La città puntellata” (Edizioni CentoAutori)

Che messaggio vuole trasmettere al pubblico attraverso questo suo libro?
Attraverso singole storie intrecciate tra di loro, in quella notte del 23 novembre del 1980, cerco di narrare il dramma corale nato dalle crepe di una terra devastata. Il mancato miracolo del Santo Patrono diventa così presagio di imminenti sventure. Da quel giorno nulla è stato come prima e la lacerazione è ancora sanguinante. Ecco perché andava raccontato quell’evento storico che scosse le fondamenta di Napoli e del Sud d’Italia, tracciando un testo di sciacalli e santi protettori, di vittime e corruttori.

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