22 Maggio 2022, domenica
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Stato di guerra in un’economia di guerra?

A cura di Giuseppe Catapano

La domanda può apparire iettatoria, ma non è oziosa. Perché se già fossimo in quella condizione, o anche solo prossimi, ciò comporterebbe precise conseguenze e responsabilità. E viceversa. Naturalmente l’Italia non è stata attaccata, né tantomeno ha dichiarato guerra alla Russia o a chicchessia. Ma qui occorre intendersi sul significato delle parole. È ormai evidente che l’obiettivo di Putin non è la conquista di Kiev, ma uno ben più pervasivo: ricostruire i vecchi confini dell’Unione Sovietica e con ciò arrivare a ridisegnare la mappa geopolitica del mondo, ridefinendone gli equilibri e le regole di convivenza. Gli riesca (speriamo e facciamo in modo di no) o meno, questo significa che la dimensione del momento che stiamo vivendo non è racchiudibile nello schema “aiutiamo, e come, l’Ucraina” – sia detto con tutta l’umana comprensione e vicinanza che lo straordinario popolo ucraino merita, e con buona pace dei nostrani “pacefondai”  ma richiede lo sforzo di capire che c’è in gioco molto di più. E non mi riferisco solo a valori supremi come democrazia e libertà, che pure sono messi in discussione non solo dalle armi ma anche dalle farneticanti teorie del guru di Putin, il politologo e filosofo Aleksandr Gel’evič Dugin, ideologo della grande rinascita di Mosca, secondo il quale a Kiev “si combatte la guerra dei valori russi contro i valori occidentali moderni e post-moderni”, come per esempio la “guerra spirituale contro i gay” già evocata dal patriarca Kirill, capo della Chiesa ortodossa russa. E neppure c’è in gioco l’unità dell’Europa, che peraltro ne sta uscendo maggiormente cementata; no, in ballo c’è anche il nostro modello di vita e l’alto e diffuso benessere che la contraddistingue. E questo in tutti casi, compreso quello auspicabile in cui il disegno dell’autocrate russo fallisca. Perché comunque ci sarebbe da gestirne le conseguenze, a cominciar dal default economico, militare e politico di Mosca, che non sarebbe affare di poco conto visto che si preconizza una Grande Depressione come quella dell’America degli anni Trenta. Anzi, questo anche in caso di un pur auspicabile (ma oggi assai poco probabile) “pareggio”, cioè ciò che accadrebbe se Putin si rendesse rapidamente conto di aver sopravvalutato la sua forza bellica e sottovalutato la capacità di resistenza (militare, morale, mediatica) degli ucraini, e ne traesse le logiche conseguenze, favorendo una mediazione di pace. Perché comunque anche la fine dell’invasione e della guerra non riporterebbe le lancette dell’orologio della storia a prima del 24 febbraio. Può sembrare una frase fatta, ma davvero in tutti i casi nulla sarà più come prima.

Questa lunga premessa, per dire che se la cornice giuridica dentro la quale il governo ha scelto di collocare il Paese fin da fine febbraio – “Stato di emergenza in relazione all’esigenza di assicurare soccorso ed assistenza alla popolazione ucraina sul territorio nazionale in conseguenza della grave crisi internazionale in atto” – è per ora sufficiente, diverso è il clima di consapevolezza, fin qui del tutto inadeguato, in cui siamo immersi. Finora l’invasione scatenata da Putin è stata carne da talk show, vuoi toccando le corde dell’emozione – inevitabilmente e comprensibilmente – vuoi per improbabili dissertazioni di più o meno probabili esperti militari che giocano alla guerra riempiendo la cartina geografica dell’Ucraina di figurine belliche per ipotizzare questo o quell’attacco, questa o quella mossa di difesa. Mentre il fronte delle conseguenze è stato animato dalle notizie sul rincaro della benzina e delle bollette di gas e luce, e delle relative proteste.

Ciò che è mancato, è la narrazione al Paese – autorevole, responsabile, capace di innalzare il tasso di consapevolezza degli italiani – di cosa è successo e di cosa potrebbe accadere, di quali conseguenze si siano già manifestate e di quali è previdente attendersi che possano insorgere. Parlo di un discorso alla nazione, di quelli a reti unificate, che chiamano a raccolta le coscienze e sollecitano le assunzioni di responsabilità di ciascuno e di tutti. Perchè qua e là spuntano parole come “economia di guerra”, “razionamento”, “emergenza”: troppo poco per far comprendere, troppo per spaventare. Anticipo un’obiezione: ma così faremmo del terrorismo psicologico, scatenando il panico. No, è il dire e non dire che fa scattare l’allarmismo. Non si tratta né di ridimensionare, né di esagerare, ma di rendere consapevoli. Quando l’abbiamo fatto per il Covid, il risultato è stato eccezionale, nonostante i media abbiano fatto di tutto per mettere al centro dell’attenzione la minoranza dei non vaccinati anziché indagare la realtà di chi si è fidato della scienza e civilmente si è messo in fila per farsi proteggere dal virus. Si tratta di rifarlo, usando con sapienza parole e gesti simbolici.

Si dirà: ma quale credibilità hanno i politici, molti dei quali sono passati senza colpo ferire – ce ne fosse uno che abbia fatto pubblica ammenda – da amiconi di Putin a suoi ripudiatori? Vero. Ma a guidare il governo c’è l’italiano più autorevole, al Quirinale c’è il presidente più stimato. E poi anche i partiti e il Parlamento un punto di credito (non da poco) l’hanno guadagnato, quando l’altro giorno è stata approvato alla quasi unanimità (con l’esclusione della sinistra estrema e degli ex grillini “dibattistiani”) l’aumento delle spese militari fino al 2% del pil, che passeranno dai 25 miliardi l’anno odierni ad almeno 38 miliardi. Un provvedimento dal forte significato politico e simbolico, oltre che pratico, considerato che finora era prevalso il mainstream pacifista (reiterato dal solito avvocato Conte, che parla di messaggio sbagliato e di semplice impegno futuro con la Nato). Peccato, però, che nessuno abbia avuto la capacità mostrata dal presidente francese Macron, il quale, più Churchill che De Gaulle, ha accompagnato l’annuncio di una spesa aggiuntiva per il riarmo equivalente a 50 miliardi nel 2025 e il raddoppio dei riservisti, con un intervento di grande spessore di fronte a 300 giornalisti. “Dobbiamo essere pronti”, ha detto evocando il “ritorno del tragico nella storia” e ponendo al centro del suo programma elettorale (mancano poco più di venti giorni alle presidenziali, il primo turno si svolgerà domenica 10 aprile e il secondo due settimane dopo) un nuovo modello di “indipendenza strategica” per la Francia e l’Unione europea.

Forte del fatto che il suo sia il paese meno dipendente da petrolio, gas e carbone, grazie al nucleare, e che aggiungendo le rinnovabili avrà un mix energetico che gli assicurerà la totale indipendenza, Macron ha tracciato il solco di come una grande nazione e una grande economia europea deve affrontare la dura realtà di oggi. Bisognerebbe che Roma seguisse quel solco. Certo, noi partiamo da molto più indietro: dobbiamo diversificare gli approvvigionamenti energetici degli idrocarburi (e non sarà facile perchè ci mancano i rigassificatori e c’è da riattivare il prelievo del gas nei nostri mari), ma nello stesso tempo dobbiamo guardare senza tabù al nucleare di nuova generazione  e accelerare spazzando via ogni lungaggine burocratica l’installazione degli impianti rinnovabili (specie eolico offshore). Ma se fino a un mese fa questa trasformazione energetica era una necessità, adesso è diventata una emergenza, cui dare antecedenza assoluta.

Per questo andrebbe subito riscritto il PNRR, riformulando le priorità, e ai quattrini derivanti dal Next generation Ue andrebbero sommate tutte le risorse nazionali e comunitarie (“almeno 500 miliardi”, secondo quanto ha sostenuto Corrado Passera nella War Room sull’economia di guerra, che abbiamo a disposizione, per dar vita ad un grande “piano Marshall” che affronti tutti i ritardi strutturali e strategici che abbiamo colpevolmente accumulato negli ultimi trent’anni. Dobbiamo essere consapevoli che se non siamo (ancora) in recessione, certo è fortemente rallentato il recupero della ricchezza perduta con la pandemia nel 2020. Il combinato disposto tra il rincaro abnorme dell’energia e l’aumento dei prezzi delle materie prime e la loro scarsità, sta mettendo in ginocchio imprese e intere filiere industriali, provocando una crisi dal lato dell’offerta che rischia di saldarsi con il permanere di una contrazione della domanda (che si era creata con la pandemia ma che preesisteva come onda lunga della recessione e della stagnazione post crisi mondiale del 2008 e crisi europea del 2011). Così si è riaffacciata una vecchia gatta da pelare di cui ci eravamo scordati, la stagflazione.

In un quadro di questo genere, se da un lato è comprensibile che si intervenga con provvedimenti tampone come quelli approvati dal governo ieri sera, dall’altro insistere con la politica dei sussidi e dei bonus, tanto più se poi si rinuncia (per evitare guai politici) alle grandi scelte di investimento e alle riforme strutturali, appare del tutto incongruo e sbagliato. Dare l’idea al Paese che questioni epocali come quelle sollevate dalle sciagurate scelte di Putin si traducano in problemi congiunturali affrontabili allargando gli spazi manovra nella finanza pubblica, magari contando sull’erosione dell’indebitamento reale che l’inflazione produce, e nello stesso tempo non responsabilizzandolo con scelte di consapevolezza – per esempio chiedere il sacrificio di risparmi energetici, individuali e collettivi, un po’ come avvenne negli anni Settanta – significa non essere all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte. Per un sussidio in più, non serve l’unità nazionale e bastava Conte a palazzo Chigi.

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