26 Settembre 2022, lunedì
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LA VERITÀ ALL’OPINIONE PUBBLICA

A cura di Giuseppe Catapano 

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia è arrivata alla terza settimana, la guerra si è mostrata in tutta la sua brutalità e le reazioni – da quelle delle grandi potenze mondiali a quelle delle opinioni pubbliche – si sono consumate tutte, ma di una qualche soluzione non c’è neppure l’ombra e non sembra neppure esserci una visione chiara e condivisa di ciò che occorre fare da qui in avanti. Nessuno ha il pallino in mano, come sembra trasparire dalle parole di Macron (“sono preoccupato, pessimista, non vedo soluzioni diplomatiche a breve termine”). Considerato che è ormai evidente come la questione non sia più solo quella di porre fine al massacro e salvare l’Ucraina, obiettivo che ovviamente rimane prioritario, ma come regolare i conti con Putin e nello stesso evitare una terza guerra mondiale, e come rispondere ai problemi epocali – la gestione di milioni di profughi, l’approvvigionamento energetico e alimentare, l’inflazione, la potenziale recessione su scala mondiale – che l’attacco russo, che con tutta evidenza ha lo scopo di destabilizzare l’Occidente e ridisegnare la mappa degli equilibri geopolitici planetari, ha creato e creerà con crescente intensità.La mia impressione è che il campo avverso a Putin sia tanto largo quanto privo di lucidità e consapevolezza. E questo vale per l’Occidente, per l’Europa – che dopo la prima reazione con le sanzioni, ora sembra annaspare (dal vertice di Versailles non è uscito granchè) – e a maggior ragione per l’Italia, dove la politica appare non solo inetta, ma corrosa dalle contraddizioni delle posizioni sbagliate del passato (Salvini è in testa a questa speciale classifica in cui non manca quasi nessuno, ma anche i 5stelle non scherzano). E pure gli altri attori mondiali annaspano, a cominciare dai tre che si sono candidati a “mediatori” tra Russia e Ucraina, e cioè Cina, Turchia e Israele. Si dice che Putin nel pianificare questo attacco abbia sottovalutato la reazione di Zelensky e del popolo ucraino, ed è probabilmente vero. Ma conosceva bene le divisioni e contraddizioni occidentali, e ora Biden e i leader europei gliene stanno dando dimostrazione nel momento in cui non riescono a definire una strategia che non si fermi alla reazione di breve momento, privi come sono anche loro di una capacità di lettura della reale forza di Putin e della possibilità di un qualche putsch a Mosca che lo possa rovesciare.

La domanda delle domande infatti è: vogliamo indurre Putin a più miti consigli ma accettandolo come interlocutore in un mondo che torna dividersi lungo l’asse Est-Ovest come ai tempi della Guerra Fredda, o intendiamo provare a sconfiggerlo, seppure cercando di evitare le armi (tanto più quelle nucleari), offrendo alla Russia una alternativa all’ipotesi (che sta diventando sempre più una necessità) di mettersi sotto l’ombrello protettivo della Cina? Per ora la domanda – che ne presuppone una preventiva: quella del zar russo è una mossa dettata dalla debolezza, di chi si gioca il tutto per tutto, o dalla consapevolezza di poter ribaltare gli equilibri internazionali? – non solo è priva di risposta, ma neppure si vede l’accenno di una riflessione in tal senso.

Perchè nel primo caso, varrebbe la pena ricordare una massima del generale cinese Sun Tzu, maestro ineguagliato nell’arte della guerra, secondo cui “bisogna sempre lasciare al nemico una porta da cui scappare”. Ergo, consentire a Putin di sedersi al tavolo della pace senza perdere la faccia. Il che presuppone di evitare le invettive alla Boris Johnson (“Putin è un barbaro dittatore, lo processeremo per crimini di guerra”) o le chiusure di Joe Biden (“Non intendo parlare con Putin, è un dittatore assassino e la pagherà cara”), e prendere iniziative diplomatiche più stringenti, compreso concedere a Xi Jinping il ruolo dell’organizzatore della pace (con i relativi prezzi da pagare, ma anche con i vantaggi da concedere, visto che l’economia cinese è molto debole e ha bisogno di maggior interscambio). Nel secondo caso, invece, andrebbe costruita un’offensiva che vada oltre le attuali sanzioni (che fanno male a Mosca ma non la mettono in ginocchio in tempi brevi) sperando di riuscire a indurre i vertici militari e i servizi di intelligence a far fuori Putin come il Gran Consiglio del Fascismo fece fuori Mussolini il 25 luglio del 1943 (solo che questa volta in modo fisico, non politico). Un’offensiva che dovrebbe cominciare dal fronte della cyberwar, nella quale Putin sta vincendo a mani basse perchè da tempo è padrone di quello spazio cibernetico popolato dalla criminalità e dove regnano le criptovalute che è il dark web. Ma non potrebbe evitare di andare fino in fondo nel recidere il cordone ombelicale che lega una parte dell’Europa, Italia e Germania in testa, al gas russo. Sapendo che questo sarebbe un colpo mortale per la tenuta economica, e quindi politica, della Russia, ma anche per chi, privato del gas, entrerebbe in un situazione di emergenza energetica da codice rosso.

E qui siamo alla nostra, di consapevolezza che manca. Vuoi per ignoranza (assai diffusa), vuoi per codardia, nessuno che abbia responsabilità politiche e istituzionali ha ancora detto con chiarezza agli italiani i rischi che corriamo. Per la verità, neanche negli altri paesi europei è successo, ma questo non attenua le nostre responsabilità. Perchè andrebbe detto senza infingimenti che la guerra scatenata da Putin – sul terreno ucraino, ma in realtà all’Occidente – apre scenari di breve come di medio-lungo termine a dir poco inquietanti. Capisco la prudenza di Draghi, che al vertice europeo di Versailles ha detto che “dobbiamo prepararci” ma non siamo assolutamente in un’economia di guerra, e che “prepararsi non vuol dire che ciò debba avvenire sennò saremmo già in una fase di razionamento”. Ma capisco meno la frase “ho visto degli allarmi esagerati”: francamente se si è esagerato, è nel sottovalutare i rischi che stiamo correndo e nel sottacere a chi reclama di fargliela pagare a Putin che l’unico modo che abbiamo per dare il nostro contributo è chiudere i rubinetti russi del gas subito, pagandone fino in fondo le conseguenze. Su questo punto sono stati più chiari i tedeschi: il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha detto senza mezzi termini che “non fermeremo le importazioni” perchè l’Europa “non può prendere le stesse misure di Usa e Canada”, mentre la sua ministra degli Esteri ha spiegato che se si fermasse dall’oggi al domani qualsiasi importazione di energia “significherebbe che in un paio di settimane non avremmo più elettricità e riscaldamento”.  Aggiungendo: “quanti giorni potremmo sopportare che la gente non possa più andare a lavoro, che negli asili infantili non ci sia la corrente, che non possiamo far funzionare gli ospedali?”. Domande che andrebbero poste alle opinioni pubbliche continentali, a cominciare dalla nostra, sia a quelle che fantasticano di pace nelle piazze e sui media credendo che basti urlare “deponete le armi” perchè ciò accada, sia a quelle che vorrebbero Putin a piazzale Loreto senza dire come, sia infine a quelle che praticano un cinico neutralismo o che qualunquisticamente chiedono a Zelensky di arrendersi per evitare altri morti dimenticando che è in gioco la libertà e la democrazia non solo dell’Ucraina. E che, come ha ricordato Macron, abbiamo la responsabilità di proteggere l’Africa “perché se non lo faremo diversi di quei paesi saranno colpiti da fame e carestie in un periodo fra i 12 e i 18 mesi”.  

Insomma, la vicenda che stiamo vivendo ci proietta in uno scenario che è destinato a cambiare il mondo e le nostre vite. Abbiamo pensato che lo avrebbe fatto la pandemia, e ci abbiamo piagnucolato sopra. Ora è venuto il momento di capire che Putin ha messo in circolazione un “virus” ben più pericoloso, perchè in un modo o nell’altro potrebbe cambiare in modo radicale i nostri stili di vita e le nostre abitudini. Sento invocare “sforamenti di bilancio” e “prelievi sugli extra-profitti delle imprese energetiche”, senza considerare che stiamo parlando di decine se non di centinaia di miliardi e quindi nel primo caso se la frenata dell’economia già espone a rischi il nostro enorme debito pubblico, caricarlo di nuovi deficit aggraverebbe la salute precaria dei conti dello Stato, mentre nel secondo caso stiamo parlando di gocce nel mare che non cambiano le cose. Viceversa, vanno messe in discussione decisioni e infranti miti che hanno caratterizzato la (non)politica energetica degli ultimi tre decenni e più (tutto ha inizio con i referendum sul nucleare del novembre 1987, poi rafforzati da quello del 2011) e che ora, venendo i nodi al pettine, ci costano lacrime e sangue. E sarà bene farla subito e farla bene, senza infingimenti, questa revisione, culturale e pratica. E farla fare anche all’Europa, laddove ha scelto con troppa leggerezza una transizione ambientale che andava affrontata con maggiore gradualismo e più attenzione alle conseguenze collaterali se non si vuole perdere di vista la crescita economica, dalla quale dipende la stessa possibilità di difendere i diritti acquisiti e mettere in atto le grandi riforme nelle nostre opulente società.

Per quanto sembri paradossale – e tragico – la guerra voluta da Putin, le sue immediate conseguenze come l’esplosione dei prezzi dell’energia e delle materie prime alimentari, e l’altissimo sacrificio degli ucraini, ci offrono una straordinaria occasione per superare i nostri limiti. Non coglierla sarebbe non solo un clamoroso e costosissimo atto di autolesionismo, ma significherebbe anche disonorare il sacrificio delle tante vite innocenti cadute in Ucraina.

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