16 Maggio 2022, lunedì
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La profezia si è avverata

A cura di Giuseppe Catapano 

La soluzione migliore realizzata nel modo peggiore. E ieri, alla ottava votazione, la mia speranzosa previsione che si assicurasse al Paese continuità e stabilità, si è avverata. Ed è tanto più importante che sia successo proprio perchè – purtroppo – si è avverata anche la seconda parte della profezia: una modalità a dir poco disastrosa.

Dalla kermesse quirinalizia, il sistema politico ne è uscito ferito a morte: i leader (si fa per dire) hanno fatto a gara a primeggiare per insipienza e dilettantismo e all’esito sono apparsi ridicoli nel maldestro tentativo di far risultare una loro vittoria ciò che invece era una sonante sconfitta di tutti, senza eccezione alcuna; i partiti hanno patito – chi più, chi meno – pesanti crisi interne, e come mostrano a caldo sia il caso Giorgetti che la dichiarazione di Di Maio (“nel M5s serva aprire una riflessione politica interna”), il bello deve ancora venire; le coalizioni del nostro stramaledetto bipopulismo sono andate irrimediabilmente in pezzi; il governo fino all’ultimo è stato esposto a un pericolo mortale, mischiando impropriamente le sue sorti con quelle della presidenza della Repubblica, ed esce da questo tourbillon logorato e indebolito. Persino i nomi di altissime cariche dello Stato, come la presidenza del Senato e il vertice dei Servizi segreti, sono stati “bruciati” senza ritegno. Solo il Parlamento ha avuto un sussulto, rivendicando la sua autonomia nell’esprimere a Mattarella, giorno dopo giorno e in misura crescente, un consenso chiaramente non concordato con i vertici delle forze politiche. Ma, a ben vedere, è stato fatto solo per evitare tentazioni di elezioni anticipate prima delle fine della legislatura.

Per sottrarsi alla morsa letale del declino strutturale e della doppia emergenza, sanitaria ed economica, l’Italia aveva, ed ha, bisogno di due cose indispensabili: l’azione di governo, la più ferma ed autorevole possibile, e la completa rivisitazione del sistema politico e istituzionale. La prima esigenza è stata soddisfatta, dopo anni di non-governo, dall’arrivo di Draghi a palazzo Chigi. L’azione del suo esecutivo è stata incisiva ed efficace – specie sul fronte della lotta alla pandemia – anche se avrebbe potuto e dovuto esserlo ancora di più, specie negli ultimi mesi. Ora deve riprendere speditamente, in particolare per quanto riguarda la realizzazione delle riforme e l’attuazione dei progetti contenuti nel Pnrr. Se la vicenda del Quirinale ne avesse interrotto il percorso, il disastro sarebbe stato immane. Non è successo e tanto basta, ora è inutile recriminare sui “se” e sui “ma”. 

La seconda esigenza, invece, è rimasta inevasa. Ci si può compiacere che il livello di consunzione del sistema abbia superato il punto di non ritorno – io non ho mai considerato queste forze politiche in grado di autorigenerarsi – ma del processo di scomposizione e ricomposizione che deve riguardare partiti e coalizioni, del cambiamento della legge elettorale e la sua corrispondenza con l’architettura istituzionale e le regole del gioco più complessive, per ora non c’è neppure l’ombra. Cosicché alle prossime elezioni politiche avremo il vantaggio che molti dei soggetti, forze e persone, che hanno popolato la scena negli ultimi anni saranno spazzati via (o prima del voto e per effetto di esso), ma avremo lo svantaggio che – se nulla succederà da qui alla primavera del prossimo anno, come nulla è accaduto finora – a prevalere saranno l’astensionismo e la rabbia populista.

Per questo non si può non dispiacersi del fatto che il grande risultato di continuità ottenuto con quei 759 voti a Mattarella – il quale, come avevo scritto a dispetto di tanti opinionisti dei miei stivali, da uomo delle istituzioni qual è, per senso di responsabilità ha accettato il gravoso onere che la sua età gli suggeriva di non sopportare – sia arrivato solo al termine di uno spettacolo indecoroso che ha allargato ancora di più la faglia già fin troppo larga che separa il Paese dalla cittadella della politica e delle istituzioni. Tuttavia, prendiamo il buono di questo brutto film dal finale rassicurante e proviamo a mettere mano alla parte costruens di quello che dovrà essere il domani. Nel breve di alcuni mattoni disponiamo. Draghi è ancora a palazzo Chigi e avendo fatto in ultimo la mossa giusta (dopo alcune sbagliate) di recarsi lui a chiedere a Mattarella di restare (come gli aveva suggerito di fare Giorgio La Malfa nella War Room di martedì 25 gennaio), si è blindato e ha blindato il suo governo. 

Al Capo dello Stato, dopo averlo dovuto implorare, nessuno oserà forzare la mano. E lui avrà più che mai la forza di bloccare qualunque colpo di testa. In Europa l’abbinata tra i due riattiva il credito, morale e materiale, che rischiava di bloccarsi nuovamente dopo che era stato riaperto solo un anno fa. La logica della ragione e la vocazione di governo hanno ancora la forza per prevalere sul disfattismo e le spinte populiste. Per il resto, c’è un anno di tempo per far sorgere quello che ho chiamato il “partito dell’agenda Draghi, senza Draghi”. Se si vuole, si può. Tanto più ora che, dopo lo tsunami della vicenda Colle, il combinato disposto tra l’irreversibilità della crisi del sistema politico e la continuità di governo e Quirinale, consente di provare a scrivere una vera pagina nuova della storia della Repubblica.

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