1 Dicembre 2021, mercoledì
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Il coraggio

A cura di Giuseppe Catapano 

Coraggio” sembra un termine che potrebbe confluire in entrambe le categorie, tanto si presta a un uso ricorrente e per alcuni aspetti, distorto o comunque lontano dal significato originario.

Da un lato, la parola coraggio circola diffusamente e viene usata fino a risultare logora: abbonda nell’epica, indica la virtù del guerriero, del re, del condottiero e dell’eroe. Il coraggio è anche qualità dello spadaccino: si pensi al capolavoro taoista di Zhuang-zi, dove compare il racconto “Discorsi sulla spada”. Il coraggio è infatti mostrato come una tra le molteplici qualità del tiratore di spada dai sentimenti nobili ed elevati ma anche come l’unica qualità di quello rude e limitato. In sintesi, il coraggio ha inizialmente accezioni cavalleresche e militaresche.

Dall’altro lato, sembra quasi che si faccia fatica a pronunciare la parola “coraggio”, lasciandola per lo più come esortazione nei momenti difficili o di dolore. Farsi coraggio è ciò che spesso sentiamo dirci quando proprio il coraggio di resistere o di andare avanti vacilla o viene meno. Il coraggio che ci è richiesto è la mera attivazione di una risorsa interiore: ben diverso è fare coraggio attivamente, mettendosi in condizione di offrire ascolto e supporto a chi è nel momento del bisogno.

Eppure, il coraggio, al di fuori dell’uso contestualizzato nei momenti di sofferenza più acuta, ha una consistenza nobile e saggia, in parte dimenticata, ma meritevole di attenzione. Partiamo come sempre dall’etimologia: dal latino coratĭcumo anche cor habeo, il coraggio è il risultato della fusione della parola cŏrcŏrdis e del verbo habereIn sintesi, coraggio è avere cuore.

Ha le apparenze della virtù, sebbene sia difficile trovarne una rappresentazione allegorica. Ricorrente è, invece, l’allegoria della fortezza (fortitudo), virtù cardinale che indica sia la capacità di non temere e di non arretrare di fronte al pericolo, al rischio, all’incertezza, sia quella di reggere al dolore o alla sofferenza morale. Da questo punto di vista, la virtù della fortitudoesprime una sorta di robustezza interiore che renderebbe la persona, per usare una parola molto di moda (tra quelle appunto “logorate dall’uso”, stando alle riflessioni di Vera Gheno), resiliente.

È possibile distinguere due accezioni di coraggio: una fisica e una morale. La prima consiste nell’essere impavidi e sprezzanti del proprio dolore e, persino, della morte, nell’essere temerari fin senza alcuna accortezza; la seconda è quella che richiede di essere forti e resilienti difronte alle esperienze della solitudine, dell’umiliazione, della vergogna, della sofferenza o del lutto. Entrambe mostrano un legame tra il coraggio e il superamento della paura, intesa come emozione primaria.

A partire dall’etimologia e dalle duplici accezioni sopra ricordate, proviamo a trasferire la valenza del coraggio nel contesto dei luoghi di lavoro: è inevitabile trovarsi di fronte a una trama di significati del termine tale da restituire la complessità dell’intreccio di competenze, abilità e relazioni interpersonali caratterizzanti l’ambito lavorativo. Vediamo dunque come questa virtù platonica possa essere intesa e, in qualche caso, fraintesa.

Vi è un’accezione comune secondo la quale “avere il coraggio” di dire o fare qualcosa evoca l’idea di sfacciataggine, impudenza o tracotanza. Ci si stupisce fino a scandalizzarsi per questo coraggio che poco ha a che fare con il cuore: esso può tradursi in indifferenza, scortesia, impertinenza, insolenza, spudoratezza, sfrontatezza o anche in forme esplicite di aggressività o di violenza.

Da tale livello minimo e dalle correlate espressioni ad usum vulgi si passa ad un’accezione di coraggio inteso come assertività, autoaffermazione, determinazione. Il confine tra questo tipo di coraggio e la presunzione, l’arroganza, la superbia, l’alterigia, la prepotenza e la protervia è labile e poroso. Neppure questo coraggio, purtroppo, ha a che fare con il cuore.

Infine, vi è un’accezione di coraggio che, nel contesto lavorativo come in quello della vita associata, implica l’esercizio di qualità o di virtù morali atte a sostenere due dinamiche fondamentali: la presa di decisione e la responsabilità. Decidere è sempre un atto di coraggio, come lo è assumersi la responsabilità delle conseguenze derivanti dalla propria decisione. Ciò richiede riflessione, disponibilità a non facili bilanciamenti di interessi, consapevolezza dell’impatto della propria condotta e del messaggio che si dà con il proprio comportamento, ma anche il saper esercitare la prudenza, e il mantenere salda la capacità di anteporre il bene collettivo a quello individuale, il cercare di essere sagaci e saggi.

Il coraggio richiesto, a volte, non è tanto quello di fare ma quello di dire o di tacere, e, soprattutto, il coraggio di resistere: il coraggio delle nostre opinioni, del diniego, di fermarsi ai “bordi” della giustizia senza travalicarli, il coraggio di essere in minoranza o controcorrente, il coraggio di difendere il debole e di arginare l’arroganza del più forte, il coraggio di battersi per il riconoscimento di diritti, di tutelare la propria e l’altrui dignità. Questo tipo di coraggio è il più difficile da avere perché richiede avere cuore, se per “cuore” intendiamo lo spazio interiore delle decisioni fondamentali: quelle che, in definitiva, lasciano intatto, in ciascuno di noi, il coraggio quotidiano di guardarci allo specchio.

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