8 Dicembre 2021, mercoledì
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L’ITALIA RICONQUISTA CENTRALITA’ NEI NUOVI EQUILIBRI EUROPEI E MONDIALI

A cura di Giuseppe Catapano 

Sono due le cose importanti che vanno notate. La prima è di carattere interno: la fine dei tentennamenti, durati anni e fortemente alimentati con la vittoria del populismo nelle elezioni del 2018, circa la fedeltà atlantica ed europeista dell’Italia. Draghi, pur con la prudenza dei modi resa necessaria dalla coalizione eterogenea che sorregge il suo governo, sembra aver messo una pietra tombale sopra una serie di micidiali sbandate di cui la politica italiana si era resa protagonista: dall’adesione tanto entusiastica quanto acritica al progetto cinese della “Via della seta” alle improvvide frequentazioni leghiste a Mosca, per le quali ancora pende un’inchiesta con l’accusa di aver ricevuto fondi dal governo russo, dalle photo (in)opportunity con i gilet gialli in sommossa anti-Macron alle intemerate sovraniste contro l’Europa ritenuta matrigna. Certo, è vero, anche adesso ci è toccato assistere alla sceneggiata comica di Beppe Grillo – a proposito, ci dicesse una volta per tutte a che titolo parla – che si è fatto convocare dall’ambasciatore cinese proprio mentre il presidente Biden chiede agli alleati una maggiore fermezza verso Xi Jinping. Ma la pelosa furbizia di Conte, che si è sottratto all’incontro all’ultimo minuto, e soprattutto, la caratura dell’interlocutore italiano di Biden che ha reso patetica la mossa del capopopolo genovese, hanno finito col derubricare la circostanza a pura pagliacciata. Che nulla ha tolto al ruolo centrale assunto da Draghi nel dialogo con la nuova amministrazione americana. Ruolo che, è apparso chiaro, non era solo quello di rappresentante dell’Italia, ma anche di una nuova leadership europea in via di formazione.E qui siamo alla seconda cosa importante che è emersa da questi vertici internazionali: la ridefinizione, in corso, degli equilibri del Vecchio Continente. Complice l’ormai prossima uscita di scena di Angela Merkel – che potrebbe anche non significare la sconfitta dei cristiano-popolari, come dimostra il recente voto in Sassonia, ma certo l’apertura di un vuoto di leadership politica che sarà lungo e non facile da colmare – e le difficoltà di non poco conto che si prospettano a Emmanuel Macron, unico leader francese presentabile, nel tentativo di vincere le elezioni nell’aprile del prossimo anno, Draghi ha ormai assunto sulla scena continentale una vera e propria centralità. Che gli deriva dal combinato disposto della credibilità conquistata negli anni alla guida della Bce con quella acquisita in pochi mesi come presidente del Consiglio, sia perché alla fine ha accettato un incarico ingrato a cui quasi nessuno avrebbe scommesso un centesimo si sarebbe piegato, sia perché si è assunto l’onere non solo di portare il paese più indebitato e peggio conciato – ma pur sempre terzo per dimensione, peso e ruolo storico – fuori dalle secche del declino in cui si è impantanato da un quarto di secolo, ma anche di ridargli la perduta dignità al cospetto dei partner europei. Tanto che i bookmaker della politica nostrana, attivissimi nel raccogliere scommesse sulle scelte prossime venture dell’ex presidente della Bce, ormai escludono una sua disponibilità per il Quirinale, a favore della continuazione a palazzo Chigi fino alla fine della legislatura, e poi mettono al primo posto tra le possibili scelte del dopo, quella di sostituire il presidente del Consiglio Europeo, il belga Charles Michel il cui mandato scade a maggio 2022 (o a novembre 2024 se fosse rinnovato per un secondo incarico).Tutto questo consente all’Italia di affrontare la sua stagione più delicata con una diversa probabilità di riuscita. Perché, sia chiaro, o cogliamo appieno la ripresa, anzi il super-boom che si preannuncia – il che significa aver messo mano alle riforme strutturali da sempre rimandate, senza le quali non arrivano le risorse europee del Recovery e non si creano le condizioni perché il paese si liberi dai mille vincoli che si è cucito addosso e ritrovi la via della crescita – oppure il debito, basta quello che già abbiamo ma a maggior ragione quello ancor più pesante che avremo, non sarà più sostenibile e andremo dritti dritti al default. L’occasione è irripetibile, e non solo per i 200 miliardi europei – sui quali andrà fatto un adeguato effetto leva, altrimenti si riveleranno pochi – ma anche per il nuovo clima internazionale che si sta delineando. Prendete la chiusura della disputa fra Boeing ed Airbus dopo ben 17 anni di contenziosi – c’era George W. Bush alla Casa Bianca quando il conflitto ebbe inizio – che ha reso immediatamente esecutiva la sospensione dei dazi sulle merci europee in viaggio verso gli Usa: con questa decisione, l’Italia recupera uno spazio di mercato importante, assai più grande di quello perso con le sanzioni alla Russia di cui tanto i nostri imprenditori si sono lamentati. Senza contare che essa apre le porte alla risoluzione di un altro annoso conflitto commerciale transatlantico, quello sull’acciaio. Inoltre, sempre sul fronte dello sviluppo economico, è fondamentale per il nostro capitalismo manifatturiero la decisione di istituire un “Trade and Technology Council” Usa-Ue, che si configura come il luogo dove affrontare congiuntamente questioni strategiche legate allo sviluppo delle nuove tecnologie, come per esempio l’approvvigionamento di semiconduttori, oggi cruciale visto che questi materiali stanno diventando sempre più scarsi a fronte di prezzi sempre più alti.Ma, ancor di più, l’Italia recupera ciò che aveva smarrito da tempo, la politica estera, una perdita che l’aveva consegnata ad una marginalità da paese ininfluente, talmente irrilevante da risultare strategicamente assente persino nel Mediterraneo, cioè nello scacchiere dove le sarebbe naturale esercitare la leadership. Il pragmatismo e l’autorevolezza internazionale di Draghi, che gli derivano dalla sua esperienza di successo di banchiere centrale, e la saldezza in lui di due principi cardine, l’atlantismo e l’europeismo, combinati con la riscoperta e il rilancio da parte americana del multilateralismo, dopo che la presidenza Trump aveva messo in discussione i meccanismi di cooperazione internazionale, ci consentono di ritrovarci protagonisti nelle sedi (Ue, G7, G20, Nato) in cui si affrontano con un nuovo spirito e una nuova determinazione le grandi questioni multilaterali. Parlo delle politiche sanitarie globali, che la pandemia ha reso cruciali, parlo dei grandi flussi migratori, il controllo dei quali garantisce la sicurezza internazionale, parlo delle sfide epocali poste dal cambiamento climatico e dalla transizione digitale. In particolare, avere la presidenza del G20 ci carica della responsabilità di trovare accordi su temi decisivi in un consesso dove la ritrovata unità d’intenti euro-americana è messa a dura prova dalla contemporanea presenza di Cina e Russia, verso le quali Biden pretende un distacco che gli europei, in nome del business, considerano eccessivo.Di certo ,Mario Draghi, impegnato a salvare l’Italia, e Joe Biden, determinato a curare il danno all’immagine americana nel mondo inferto dal suo predecessore riguadagnando la leadership che un tempo gli Usa esercitavano in Europa, “hanno bisogno l’uno dell’altro”. E questa è “una chance che Roma non può e non deve sprecare”. 

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