27 Settembre 2021, lunedì
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Nei prossimi mesi sono in gioco i prossimi decenni

A cura di Giuseppe Catapano 

Il nostro futuro sta racchiuso dentro l’ampia forchetta di una previsione economica PNRR sarà efficace ? nel linguaggio di Draghi: se avremo contratto debito buono – o se sarà lenta, farraginosa, lacunosa, errata (debito cattivo). E infatti nel caso della previsione più positiva, è stimato un tasso di assorbimento delle risorse del Recovery del 91,3%, con un effetto moltiplicatore dell’1,6%, cioè ogni miliardo di spesa genera 1600 milioni di pil; viceversa, nello scenario peggiore, l’uso dei fondi è previsto del 51,4% del totale (in linea con quanto è successo tra il 2014 e il 2020), con un effetto moltiplicatore di 1 dopo quattro anni. Il PNRR, rende il piano Draghi l’occasione della vita (come tutti dicono, senza capire bene il significato di tale affermazione) o, meglio, l’ultima occasione che abbiamo per salvarci dal declino permanente, deve essere chiaro che la differenza tra i due scenari è abissale. In termini congiunturali, l’alto impatto, significherà non solo l’uscita dall’attuale recessione – nel primo trimestre 2021 ci siamo ancora dentro, visto che il prodotto interno lordo, al netto degli effetti di calendario e destagionalizzato, è diminuito dello 0,4% rispetto al trimestre precedente e dell’1,4% in termini tendenziali – ma anche una forte ripresa che ci potrà consentire di recuperare il pil perduto sia l’anno scorso (-8,8% cioè circa 160 miliardi di ricchezza “bruciati”) sia quanto ancora residuava dalla doppia recessione del 2008-2009 e del 2011 (nel 2019 accusavamo ancora un calo sul 2007 del 3,8%). Effetti, questi, che andranno scemando via via che ci si dovesse avvicinare al “basso impatto”, fino rendere difficile, per non dire impossibile, tra cinque anni un pieno recupero della ricchezza prodotta prima del 2007. Con tutto quello che questi due scenari potranno significare circa la sostenibilità di un debito pubblico che nel frattempo si avvia a superare, e non di poco, la soglia – anche psicologica, oltre che pratica – del 160% rispetto al pil (ogni 100 euro di ricchezza prodotta ce ne sono 160 di debito).

In termini strutturali, invece, la differenza tra i due scenari è misurabile in termini di diverso grado di modernizzazione del sistema economico e più complessivamente del sistema paese: troppo poco nel caso peggiore, sufficiente nel caso migliore. E siccome stiamo attraversando, e non solo a causa della pandemia, una fase storica in cui modernizzare significherà molte cose decisive, dalla capacità di cogliere fino in fondo il cambio di paradigma in termini di digitalizzazione e innovazione tecnologica a quella di adeguare lo sviluppo capitalistico alle rinnovate esigenze di protezione dell’ambiente, ecco che tra alto o basso impatto passa lo scarto tra diventare la “nuova Italia” o restare la “vecchia Italia”. Con tutto quello che di epocale questo potrà significare.

Ma da cosa dipenderà il prevalere dell’una o dell’altra ipotesi? Diamo per scontato che il Piano sia non dico perfetto, ma buono, o comunque sia quello giusto. Lo affermo, pur sapendo che diverse critiche potrebbero essere avanzate, per tre motivi precisi. Primo: è, senza dubbio alcuno, migliore di quello precedente. Secondo: è in mani infinitamente più credibili. Terzo: nella situazione data, per tempi strettissimi e contesto politico, sarebbe ingeneroso chiedere di più. Assodato questo, è evidente che la differenza la farà l’execution. Quindi, la vera domanda è: quali sono i fattori che renderanno l’esecuzione del PNRR più o meno efficace? a fare la differenza in primo luogo saranno gli interventi normativi (leggi, decreti attuativi, autorizzazioni, attività dei regolatori) disegnati dalla cabina di regia di Palazzo Chigi, e il controllo di attuazione affidato al monitoraggio del MEF. Poi sarà necessaria una Pubblica Amministrazione meno burocratica perchè chiamata ad agire con procedure semplificate. Insomma, individuare gli investimenti giusti è precondizione fondamentale, ma senza le riforme che in questi anni sono state evocate senza essere realizzate, quelle risorse saranno destinate a non essere spese (anche perchè l’Europa ci finanzierà a “stato avanzamento lavori”).

La Commissione europea ha già detto di sapere che l’Italia è storicamente refrattaria alle riforme, e Draghi non ha potuto fare altro che garantire personalmente. Ma qui scatta un doppio problema : la durata di questo governo, la cui parabola è destinata ad incrociare il tema dell’elezione, tra dieci mesi, del Capo dello Stato; e il profilo della prossima legislatura, considerato che l’arco temporale del PNRR arriva fino al 2026 mentre se anche Draghi restasse fino a fine legislatura, essa chiuderà i battenti nella primavera del 2023. Molto dipenderà da Draghi, le cui intenzioni, da pragmatico assoluto quale è, si formeranno in autunno inoltrato, al riparo da crisi, cosa che il “semestre bianco” gli assicura. Non meno dipenderà da Mattarella, che dovrà scegliere tra la più assoluta neutralità formale, rifiutando un secondo mandato, e una opzione carica di significati sostanziali (chiaro che se accettasse di essere rieletto, sarebbe un indiretto ma evidente assist alla nomina di Draghi al Quirinale nel 2023, allorquando farà coincidere la fine della legislatura con quella del suo secondo mandato). E dipenderà anche dai partiti, pur se in misura minore. In fondo nessuno di essi, Lega di Salvini compresa, potrà permettersi il lusso di aprire una crisi nei tre mesi che ci separano dal “fermi tutti” del semestre bianco, che inizia a fine luglio, con il rischio di far naufragare non solo il PNRR italiano ma l’intero Recovery, considerato che in Europa non sono pochi i paesi che coltivano la nemmeno troppo segreta speranza di far saltare un’operazione che considerano concepita se non solo, prevalentemente per l’Italia. Ma senza arrivare ad una crisi, sono diverse le leve che essi potranno utilizzare per intervenire sui processi esecutivi del Piano. E qui torna in ballo Draghi. Egli dovrà essere capace di mostrare fermezza ma nello stesso tempo evitare di usare l’arma impropria della supremazia tecnocratica. All’ex presidente della Bce certo non sfugge come la politica italiana sia stata profondamente segnata, in questi anni di declino, dall’affermarsi di partiti e movimenti di natura populista, che hanno fatto fortuna denunciando non solo le inadeguatezze della politica tradizionale, ma la pervasività delle élite e del potere delle tecnocrazie. E anche i partiti formalmente lontani dal populismo hanno preso a frequentarlo, facendo appello al popolo quale depositario di tutte le virtù, credendo così di riconquistare le larghe fette di consenso elettorale perdute. In questo contesto, difendere il PNRR e la sua buona realizzazione evocando una superiorità tecnica, sarebbe come mettere benzina nel motore del populismo. Che è il principale nemico delle riforme strutturali, degli investimenti strategici, della modernizzazione. D’altra parte, è evidente che – pur giustificata dall’emergenza pandemica – la nascita del governo Draghi determini un rapporto tra populismo e tecnocrazia, i cui termini sono però ancora tutti da scrivere. Funzionerà – non solo in termini di durata, che è ragionevolmente garantita, ma anche di efficacia dell’azione di governo – se la “strana alleanza” assicurerà una legittimazione reciproca: i partiti privi di identità e cultura di governo da una figura così autorevole come è Draghi, e l’alto esponente del potere tecnocratico da partiti dotati di consenso popolare.

Se l’alchimia funzionerà, e con ciò facendo cogliere fino in fondo l’epocalità del Piano di rilancio del Paese, dipenderà, infine, anche dagli italiani. Sapranno rinunciare ad egoismi individuali per favorire le scelte radicali che sempre le riforme strutturali richiedono, e che a maggior ragione sono necessarie per un paese che ha rinunciato per oltre un quarto di secolo a farne? E saprà Draghi, e le forze sociali e culturali che considerano questo esperimento come una luce in fondo al tunnel, creare le condizioni di consenso che in altre epoche accompagnarono le scelte più coraggiose? 

Questo sarà possibile “soltanto se queste riforme saranno fatte proprie dai cittadini potranno realizzarsi e generare crescita”. Ma mentre altrove (UK, Usa) il dibattito pubblico, volto alla costruzione del consenso, è l’essenza della politica, come dimostra il senso profondo che Biden sta dando al suo piano (senza precedenti) di creazione e redistribuzione del reddito, da noi nulla e nessuno ha ancora scaldato i cuori degli italiani. Sarebbe bene che Draghi, che finora è stato molto capace in Parlamento e decisamente meno nelle conferenze stampa, parlasse direttamente ai cittadini. Facendo scoprire loro che non c’è solo il linguaggio del populismo ma che allo stesso tempo non basta rifiutarlo con sdegno per farsi capire. Indicando che, scatterà la sanzione sociale, la riprovazione collettiva, verso chi remerà contro sabotando le riforme.

Il futuro è ancora tutto da costruire, e nei prossimi mesi ci giochiamo i prossimi decenni.

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