6 Maggio 2021, giovedì
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La riforma della giustizia da fare davvero

A cura di Giuseppe Catapano

Nel Paese è montata l’attesa per un piano vaccinale così rapido ed efficace da far dimenticare le mille inefficienze mostrate dalle 20 sanità regionali in cui follemente si articola il sistema sanitario nazionale, per un piano per i fondi del Recovery che magicamente si guadagnasse il plauso di Bruxelles e degli altri paesi europei e che altrettanto magicamente facesse ripartire l’economia ferma da un quarto di secolo, per riforme strutturali al palo da sempre perché (inevitabilmente) scontentano qualcuno e non sia mai, ma di cui ci piace riempirci la bocca per farci stare in pace con la nostra coscienza civica. Insomma, niente di meno che smuovere le montagne. E, si sa, in un mondo complesso come quello in cui viviamo e in una società frantumata come la nostra, è dura spostare una carta o un dipendente pubblico, figuriamoci le montagne.E già che Draghi è uomo di statura internazionale, di grande esperienza, abituato alla complessità. Ma prima di lui, molti italiani si sono lasciati abbagliare da chiunque. Da un arruffapopolo incolto come Di Pietro, da un finto secessionista in canotta come Bossi, da un grande venditore di illusioni come Berlusconi, a sua volta sinceramente illuso che governare un paese fosse come gestire un’azienda. E persino da un saltimbanco, per di più modesto, come Grillo, la cui unica modalità espressiva è stata – e resta, come abbiamo potuto constatare in queste ore – ruttare (chiedo scusa, ma quando ci vuole, ci vuole) un qualunquistico “vaffa” addosso a chiunque. Un viatico che gli è valsa la possibilità, incredibile ma vero, di portare nelle aule di Camera e Senato il più grande gruppo parlamentare della legislatura iniziata nel 2018, talmente forte da restare primo nonostante la più clamorosa emorragia della storia repubblicana.Sono convinto che per l’attuale presidente del Consiglio sarà la giustizia la linea di demarcazione tra la sua riuscita e l’ingresso senza uscita nella lunga lista di coloro che prima hanno illuso e poi disilluso. Draghi è lì per vaccinarci presto e bene, precondizione per poi rimettere in moto l’economia. E tutto il resto può apparire un lusso. Ma, come prescrive l’Europa, il PNRR passerà al preventivo controllo di congruenza con il Next Generation EU solo se conterrà indicazioni precise su alcune riforme strutturali che l’Italia deve fare, e i soldi del Recovery arriveranno se queste riforme saranno concretamente realizzate, oltre che enunciate. Dunque, già da questo si vede come l’orizzonte programmatico di Draghi debba spingersi oltre il duo “vaccini & ripresa economica”. 

Se poi si pensa che nelle tre tipologie di riforme inserite nel PNRR – orizzontali, abilitanti (cioè semplificazione e promozione della concorrenza) e settoriali – la prima contiene, oltre che un intervento sulla Pubblica Amministrazione, la riforma del sistema giudiziario, si capisce come il tema giustizia, evocato da ogni governo e regolarmente abbandonato se non per peggiorare le cose, sia per Draghi comunque centrale.

Nella versione finale del PNRR che il 30 aprile sarà depositata a Bruxelles, l’impostazione sulla riforma della giustizia sarà quella che è scritta nelle 17 pagine (su 319 complessive) che ho appena potuto leggere, non ci siamo. L’approccio, infatti, è: la nostra giustizia soffre di un fondamentale problema, quello dei tempi della celebrazione dei processi. E la conseguenza pratica enunciata è: dobbiamo modernizzare la macchina giudiziaria affinché questo problema venga affrontato e risolto. Ora, quello dei tempi biblici è uno dei problemi della nostra giustizia. Un tema centrale, sicuramente, e nell’ambito civile, e dunque per quanto riguarda le imprese, è il problema dei problemi. Ma non è l’unico. E soprattutto non basta digitalizzare per rompere quella concatenazione di problemi, abitudini, degenerazioni che fanno parlare di malagiustizia. 

Basta aprire i giornali (specie taluni) per capire che i processi si svolgono altrove rispetto alle aule giudiziarie. Basta scrutare ciò che finalmente ci è dato vedere del mondo giudiziario, per esempio leggendo il libro di Palamara, che pure contiene solo dei piccoli frammenti della realtà, per capire cosa bolle nel pentolone della magistratura, delle sue correnti e delle sue istituzioni superiori (Csm), per comprendere cosa significhi “uso politico” della giustizia. Basta leggere come sono scritte le sentenze (assolutamente scandalosa quella che riguarda Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, che sono andati a Siena per salvare il Montepaschi e sono stati condannati al pari di chi aveva fatto i disastri, e trattati come criminali seriali). 

Basta osservare che a Milano è ormai guerra aperta e senza esclusione di colpi tra la magistratura inquirente e quella giudicante, a tutto danno della giustizia e dei cittadini.

Insomma, i nodi della giustizia sono anche ma non solo e non prima di tutto, infrastrutturali e organizzativi. E senza affrontare tutti gli altri, e tutti insieme, le condizioni per riformare davvero la giustizia non ci saranno mai. E senza rimuovere il rapporto malato tra potere giudiziario e politica, il passaggio da palazzo Chigi di un uomo del valore di Draghi, potrebbe non riuscire a sovvertire la profezia di Macchiavelli sulla puntuale disillusione che provoca l’illusione dell’uomo forte al comando. E se così sarà, un nuovo Grillo si affaccerà, puntuale come la morte, al nostro orizzonte

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