11 Aprile 2021, domenica
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Linguaggio e parità di genere: la querelle sollevata da Beatrice Venezi

A cura dell’Avv. Sabina Vuolo

Quest’anno la giornata Internazionale della donna è caratterizzata da una polemica aperta sul palco della 71esima edizione del Festival di Saremo dalle dichiarazioni di Beatrice Venezi, che ha il primato di essere la donna più giovane che dirige un’orchestra in Europa.

La talentuosa Venezi ha dichiarato: “… …io sono e voglio essere chiamata Direttore d’orchestra. Conta il percorso, la preparazione e l’obiettivo. La posizione, il mestiere ha un nome preciso, nel mio caso è Direttore d’Orchestra, è importante il ruolo che svolgo con capacità e valore, non il genere, non è indicativo uomo o donna… …”.

La querelle si è imposta, repentinamente, sui social sull’uso del femminile dei nomi di professione o delle cariche senza cadere in mistificazioni o degenerare in diverbi, laddove l’opinione di entrambi i sessi è ancora viziata da nozioni imprecise che impediscono il sereno confronto sulla questione. Già nel 1994, un invito a un uso non sessista della lingua fu fatto dall’Unesco in un documento pubblicato in applicazione dei deliberati della 25esima e 26esima sessione della conferenza generale. Il documento in francese e in inglese, vuole aiutare a prendere coscienza che certe forme di linguaggio potrebbero essere sentite discriminatorie per le donne.

Da un punto di vista linguistico il problema dei femminili professionali non si porrebbe perché la nostra è una lingua “gendered”, cioè ogni sostantivo ha un genere grammaticale maschile o femminile. La morfologia della nostra lingua, dunque, prevede già l’esistenza e la formazione dei corrispettivi femminili e maschili. I problemi sorgono quando ci si trova innanzi ai cosiddetti “femminili insoliti” soprattutto quelli professionali quali avvocata, ministra, sindaca e così via.

Alcuni li definiscono neologismi altri cacofonici  come se fossero una corruzione dell’italiano tradizionale, in realtà non sono altro che lo specchio dell’evolversi della società, evoluzione che ha determinato anche queste innovazioni linguistiche e noi conservatori per tradizione siamo restii ad accettare i cambiamenti in quanto inizialmente ci destabilizzano. Dunque più che linguistici  i problemi sono di natura sociale e culturale, certi femminili sono avvertiti come meno prestigiosi dei corrispondenti maschili.

Il problema sta nel pensiero sessista di cui il linguaggio è veicolo, esempio la forma “giudice donna” può essere inaccettabile lì dove si avverte l’inadeguatezza. Ciò perché solo da pochi decenni le donne occupano posizoni prestigiose riservate in passato esclusivamente agli uomini e questa ambiguità lessicale nel designarle rivela la difficoltà di accettare come normale un fatto che viene ancora percepito come eccezionale.

Mi piace pensare, quindi, che il problema sia nel nostro essere tradizionalisti e nel non accettare che le “lingue vive” cambiano al cambiare della realtà. E se le donne oggi possono accedere a carriere e posizioni dalle quali erano escluse  è naturale che la lingua tenga conto di questo cambiamento. Molte donne, però, rifiutano la denominazione al femminile in particolare nel contesto forense dove molte professioniste dichiarano di voler essere chiamate “avvocato” o “giudice” adducendo la motivazione di valere indipendentemente dal sesso o da una vocale e che i problemi delle donne sono ben altri.

Nel rispetto della sfera intellettuale di ognuno è sbagliato imporne l’uso, ogni donna deve sentirsi libera di poter scegliere l’appellativo che più sente suo, diversamente il fenomeno è sentito come fosse una rivendicazione femminista  ottenendo il pessimo risultato di di irrigidire le posizioni. Molti ritengono che quando si parla di un ruolo astratto è giusto il maschile, ma quando dentro quel ruolo c’è una donna ,il femminile è d’obbligo. Se allarghiamo i nostri orizzonti notiamo che la questione è un peculiarità tutta italiana in quanto nei paesi d’oltralpe il problema non sussiste vuoi perché ci sono lingue in cui l’emancipazione passa per le declinazioni di genere, vuoi perché ci sono, anche, lingue in cui rivendicare il neutro è l’unica via alla parità.

Si impone una riflessione, dunque, che non investa semplicemente -e quasi banalmente- la sfera del “problema” lessicale, ma che valuti appieno il grado di emancipazione della nostra società al cospetto delle donne, nei confronti delle quali la declinazione al femminile delle mansioni e dei ranghi non può che restare marginale rispetto al tema, più ampio e degno di attenzione, della loro effettiva e completa integrazione nelle logiche organizzative e gestionali di una nazione che vive il terzo millennio.

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