9 Marzo 2021, martedì
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L’antipatico nazionalismo dei vaccini

a cura di Ronald Abbamonte

Nelle ultime settimane spesso ci è capitato di sentir parlare di “nazionalismo dei vaccini” per indicare il comportamento egoistico e individualista posto in essere da molti stati del mondo nell’approvvigionarsi dei vaccini anti-Covid 19. Un atteggiamento non solo  eticamente riprovevole ma anche poco utile, se non addirittura pericoloso, in questa fase cruciale della lotta alla pandemia. Pericoloso nella misura in cui attraverso l’egoismo  individualistico sfugge con una visione d’insieme del problema anche la consapevolezza che sono soltanto soluzioni globali che possono garantire il superamento del problema stesso.

I dati Oxfam

Quindi nessuna particolare sorpresa si può avere  quando Oxfam, organizzazione mondiale no-profit che si dedica all’eliminazione della povertà nel mondo, afferma sulla base di precisi numeri, nel rapporto presentato al G-20, che le nazioni ricche hanno prenotato più della metà delle dosi promesse dai produttori dei vaccini anti-Covid 19. Quello che salta agli occhi è l’evidente sproporzione documentata dalla circostanza per cui solo il solo 13% della popolazione mondiale riesce a garantirsi ben il 51% dei vaccini che sono e saranno resi disponibili nell’immediato futuro.

Gli stessi  dati vengono confermati nella stime contenute nella ricerca del Duke Global Health Innovation Center in base ai quali risulterebbe che i paesi ad alto reddito detengono 4,2 miliardi di dose confermate contro i 670 milioni detenute dai paesi a medio basso reddito.

Gli effetti di questa evidente sproporzione confermano che, molto probabilmente, con la prevedibile incapacità delle aziende produttrici a fornirne tutte le  dosi necessarie a pagare di più per questa indisponibilità saranno i paesi più poveri con ben il 61% della popolazione mondiale, quindi, escluso dalla possibilità di avere a disposizione  un vaccino per tutto il 2021. Per alcuni paesi del terzo mondo, tipo il Ghana e l’Africa sub sahariana, si ipotizza in termini ancora più drammatici che tale possibilità possa addirittura verificarsi soltanto a partire dal 2024.

Perché potrebbe essere pericoloso una sproporzione cosi evidente.

Anche a voler prescindere da considerazioni di ordine etico, che sembrano talmente evidenti  che non vale la pena affrontare come l’interrogarsi su quanto sia triste e ingiusto un mondo teso ad operare  una sorta di selezione naturale sulla base delle  potenzialità economiche, occorre fare qualche riflessione.  Considerazioni etiche a parte,  in una prospettiva diversa appare lecito chiedersi se escludere i paesi più poveri dall’approvvigionamento non possa essere rischioso per gli stessi paesi più ricchi. Infatti in  una economia globale quale quella attuale è davvero sciocco ritenere che un virus possa essere confinato in limiti territoriali circoscritti, la stessa globalità dell’economia con la molteplicità delle relazioni che uniscono praticamente  ogni regione del mondo è tale da poter far escludere che un rallentamento economico dei paesi poveri non abbia un effetto a catena anche sulle economie dei paesi più ricchi.

Il piano Covax dell’OMS

Alla base del piano elaborato lo scorso 2020  dall’Organizzazione Mondiale della Sanità si pone l’evidente consapevolezza che l’unica strategia vincente contro la pandemia è quella globale. Quando si afferma che ci si può salvare solo se ci salviamo tutti, oltre ad una bella e impattante frase, si dice qualcosa di assolutamente vero.

La consapevolezza che una realtà, dove ad esempio uno Stato ricco come il Canada dispone o ha prenotato un numero di vaccini tali da poter somministrare 5 dosi per ogni cittadino  e altri stati, invece, non ancora dispongono di una sola dose, non può funzionare  ha spinto l’OMS ad elaborare un piano di distribuzione mirato e  in grado di garantire un’ equa distribuzione tra tutti paesi del mondo delle quantità di dosi di vaccino disponibili. Covax intende promuovere, così, lo spirito collaborativo tra le nazioni evitando ogni iniquità attraverso una distribuzione mirata e paritaria  delle dosi acquistate con gli apporti degli stati aderenti. Un acquisto centralizzato che dovrebbe avere effetti positivi sul doppio fronte degli eventuali fenomeni speculativi sui costi e nel consentire  una copertura vaccinale uniforme in tutto il mondo. Quello che si cerca sul punto di evitare è la possibilità che ci siano nazioni in grado di vaccinare l’intera popolazione accanto ad altre  incapaci di fare lo stesso anche solo per  le categorie più deboli o più esposte al rischio.

Tuttavia lo spirito di collaborazione che con il piano s’intende realizzare rischia di non trovare un’attuazione completa nella realtà e ciò nonostante la massiccia adesione che vede coinvolti Stati in grado di rappresentare i 2/3 della popolazione mondiale. Infatti nonostante l’elevata adesione, un numero molto  rilevante di stati non ha rinunciato,  attraverso una contrattazione parallela e diretta a programmare ulteriori approvvigionamenti che con ogni probabilità finiranno per creare  problemi nella reperibilità delle dosi, viste che le attuali capacità produttive delle aziende farmaceutiche non sono suscettibili, almeno nel breve periodo, di incrementi migliorativi.

Quello che emblematicamente si  definisce come  il nazionalismo del vaccino, quindi, è una piaga ben lontana dal potersi definire  superata.

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