1 Marzo 2021, lunedì
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Le Borse e la salute economica

a cura di Stefano Iorio

I mercati azionari  “hanno mantenuto, nei giorni bui della crisi da coronavirus, una compostezza che è sembrata inadeguata alla tragedia che si andava dispiegando. Certo, le quotazioni dell’indice delle Borse mondiali sono più basse rispetto al periodo ante-virus (ci mancherebbe altro!), ma sono nettamente risalite rispetto ai minimi toccati a marzo”. Oggi, a distanza di sei mesi, bisogna fare ammenda di quell’ironico “ci mancherebbe altro!”. Almeno per Wall Street le quotazioni, già a novembre 2020, avevano veleggiato oltre il livello antivirus. 

Allora  “può essere spiegata solo con la convinzione, presso gli investitori, che le restrizioni messe in opera abbiano avuto effetto, e che gli allentamenti in corso un po’ dappertutto non porteranno a una seconda ondata di infezioni. Se a questo si aggiunge la ciliegina di un vaccino prossimo venturo, la torta dell’ottimismo è servita”. Nella realtà quelli che venivano chiamati “gli allentamenti in corso un po’ dappertutto”, hanno smentito le speranze, e hanno portato a una seconda ondata, quasi peggiore della prima. Ma le Borse, infaticabili, hanno tenuto su alti livelli. Quanto al vaccino invece, rispetto a quello che si profilava sei mesi fa, oggi le prospettive sono migliorate di molto. Ma c’è stato un altro sorprendente fattore che è venuto a confermare l’ottimi- smo delle Borse: l’andamento dei profitti. Di solito, quando l’economia va male, i profitti vanno peggio. Gli utili sono la differenza fra ricavi e costi e, nella congiuntura avversa, i primi scendono più dei secondi. I costi sono vischiosi, specialmente per quanto riguarda il lavoro: licenziare è difficile, così come è difficile tagliare i salari. Ma in questa particolare congiuntura avversa le cose non sono andate come di solito. La risposta della politica economica è stata rapida e intensa. Il supporto ai salari ha reso facile alle imprese di ridurre il costo del lavoro (passato a carico dello Stato), e a questa azione benefica sui costi si è accompagnato un impulso ai ricavi, dato che la domanda dei consumatori è stata mantenuta. Quest’ultimo effetto si vede in Italia: già ad agosto e settembre il livello delle vendite al dettaglio (in volume) era tornato ai livelli di un anno prima (ante virus). Ma si vede specialmente in America: a ottobre il volume dei consumi privati aveva perso solo il 2% rispetto all’ottobre 2019. Il reddito disponibile reale pro-capite, che, grazie ai trasferimenti, ad aprile, nel pieno del- la pandemia, segnava un incredibile +15,6% rispetto a un anno prima, conserva ad ottobre un +3,7%, e il tasso di risparmio è all’incirca doppio. Questo possente argine del bilancio pubblico ha permesso ai profitti societari non solo di tener testa alla crisi, ma addirittura di crescere: al netto delle imposte, si ritrovano, nel terzo trimestre, del 3,3% superiori rispetto allo stesso trimestre del 2019. E non solo il bilancio ha aiutato. La politica monetaria è anch’essa venuta in soccorso, sia con stimoli e garanzie al credito (molti prestiti a piccole e medie imprese sono stati resi forgivable, cioè non sono da restituire), sia con un costo del danaro prossimo allo zero. Questi stimoli sono stati specialmente apparenti nell’edilizia. Tutti gli indicatori della costruzione, residenziale e non, in America, hanno fattezze da boom. Insomma, malgrado la diffidenza espressa in passato su queste colonne, le Borse avevano ragione. Paul Samuelson, in una famosa battuta, disse che le Borse non sono infallibili: hanno previsto ‘sette delle ultime quattro recessioni’, e, per implicazione, ‘sette delle ultime quattro riprese’. Ma stavolta, come appena detto, hanno avuto ragione: c’era del metodo nella pazzia delle quotazioni. E ci sono altri motori della ripresa che si stanno scaldando. Come detto sopra, il tasso di risparmio è ancora elevato, il che vuol dire che c’è un tesoretto che può essere speso, se solo la fiducia si consolida. E, con il vaccino in arrivo e la luna di miele tradi- zionalmente accordata al nuovo Presidente, ci sono le condizioni perché la crescita in America continui. Un commentatore – Jim Cramer – che è tradizionalmente affetto da inguaribile ottimismo, ha detto che l’arrivo del vaccino potrebbe avere sulla crescita lo stesso effetto che ebbe, nel secolo scorso, la fine del proibizionismo. E non è detto che questa volta non abbia ragione. Ma bisogna anche segnalare cautela. La crescita della Borsa Usa è stata diffusa: l’indice Wilshire (che racchiude 6.700 società, tutte le quotate Usa) è cresciuto anche più dello S&P500, smentendo la volgata che vuole la forza di Wall Street dipendere dalle grandi società tecnologiche, che hanno un grosso peso nell’indice. Ma rimane il fatto che l’aumento dell’indice ha sopravanzato l’aumento dei profitti. Insomma, secondo questa metrica, Wall Street è ancora sopravvalutata.

a cura di Stefano Iorio

I mercati azionari  “hanno mantenuto, nei giorni bui della crisi da coronavirus, una compostezza che è sembrata inadeguata alla tragedia che si andava dispiegando. Certo, le quotazioni dell’indice delle Borse mondiali sono più basse rispetto al periodo ante-virus (ci mancherebbe altro!), ma sono nettamente risalite rispetto ai minimi toccati a marzo”. Oggi, a distanza di sei mesi, bisogna fare ammenda di quell’ironico “ci mancherebbe altro!”. Almeno per Wall Street le quotazioni, già a novembre 2020, avevano veleggiato oltre il livello antivirus. 

Allora  “può essere spiegata solo con la convinzione, presso gli investitori, che le restrizioni messe in opera abbiano avuto effetto, e che gli allentamenti in corso un po’ dappertutto non porteranno a una seconda ondata di infezioni. Se a questo si aggiunge la ciliegina di un vaccino prossimo venturo, la torta dell’ottimismo è servita”. Nella realtà quelli che venivano chiamati “gli allentamenti in corso un po’ dappertutto”, hanno smentito le speranze, e hanno portato a una seconda ondata, quasi peggiore della prima. Ma le Borse, infaticabili, hanno tenuto su alti livelli. Quanto al vaccino invece, rispetto a quello che si profilava sei mesi fa, oggi le prospettive sono migliorate di molto. Ma c’è stato un altro sorprendente fattore che è venuto a confermare l’ottimi- smo delle Borse: l’andamento dei profitti. Di solito, quando l’economia va male, i profitti vanno peggio. Gli utili sono la differenza fra ricavi e costi e, nella congiuntura avversa, i primi scendono più dei secondi. I costi sono vischiosi, specialmente per quanto riguarda il lavoro: licenziare è difficile, così come è difficile tagliare i salari. Ma in questa particolare congiuntura avversa le cose non sono andate come di solito. La risposta della politica economica è stata rapida e intensa. Il supporto ai salari ha reso facile alle imprese di ridurre il costo del lavoro (passato a carico dello Stato), e a questa azione benefica sui costi si è accompagnato un impulso ai ricavi, dato che la domanda dei consumatori è stata mantenuta. Quest’ultimo effetto si vede in Italia: già ad agosto e settembre il livello delle vendite al dettaglio (in volume) era tornato ai livelli di un anno prima (ante virus). Ma si vede specialmente in America: a ottobre il volume dei consumi privati aveva perso solo il 2% rispetto all’ottobre 2019. Il reddito disponibile reale pro-capite, che, grazie ai trasferimenti, ad aprile, nel pieno del- la pandemia, segnava un incredibile +15,6% rispetto a un anno prima, conserva ad ottobre un +3,7%, e il tasso di risparmio è all’incirca doppio. Questo possente argine del bilancio pubblico ha permesso ai profitti societari non solo di tener testa alla crisi, ma addirittura di crescere: al netto delle imposte, si ritrovano, nel terzo trimestre, del 3,3% superiori rispetto allo stesso trimestre del 2019. E non solo il bilancio ha aiutato. La politica monetaria è anch’essa venuta in soccorso, sia con stimoli e garanzie al credito (molti prestiti a piccole e medie imprese sono stati resi forgivable, cioè non sono da restituire), sia con un costo del danaro prossimo allo zero. Questi stimoli sono stati specialmente apparenti nell’edilizia. Tutti gli indicatori della costruzione, residenziale e non, in America, hanno fattezze da boom. Insomma, malgrado la diffidenza espressa in passato su queste colonne, le Borse avevano ragione. Paul Samuelson, in una famosa battuta, disse che le Borse non sono infallibili: hanno previsto ‘sette delle ultime quattro recessioni’, e, per implicazione, ‘sette delle ultime quattro riprese’. Ma stavolta, come appena detto, hanno avuto ragione: c’era del metodo nella pazzia delle quotazioni. E ci sono altri motori della ripresa che si stanno scaldando. Come detto sopra, il tasso di risparmio è ancora elevato, il che vuol dire che c’è un tesoretto che può essere speso, se solo la fiducia si consolida. E, con il vaccino in arrivo e la luna di miele tradi- zionalmente accordata al nuovo Presidente, ci sono le condizioni perché la crescita in America continui. Un commentatore – Jim Cramer – che è tradizionalmente affetto da inguaribile ottimismo, ha detto che l’arrivo del vaccino potrebbe avere sulla crescita lo stesso effetto che ebbe, nel secolo scorso, la fine del proibizionismo. E non è detto che questa volta non abbia ragione. Ma bisogna anche segnalare cautela. La crescita della Borsa Usa è stata diffusa: l’indice Wilshire (che racchiude 6.700 società, tutte le quotate Usa) è cresciuto anche più dello S&P500, smentendo la volgata che vuole la forza di Wall Street dipendere dalle grandi società tecnologiche, che hanno un grosso peso nell’indice. Ma rimane il fatto che l’aumento dell’indice ha sopravanzato l’aumento dei profitti. Insomma, secondo questa metrica, Wall Street è ancora sopravvalutata.

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