26 Novembre 2020, giovedì
Home Italia Cronaca La ribellione popolare è in atto. Disperazione o criminalità?

La ribellione popolare è in atto. Disperazione o criminalità?

a cura di Maria Parente

Disperazione, rabbia, paura, delusione: le manifestazioni belliche di Napoli, e poi Roma, sono un segnale chiaro di come la piccola e media imprenditoria tema per la sopravvivenza futura delle attività. La tensione nell’aria è tangibile, tagliente, pronta a scatenare l’inferno da un momento all’altro. D’altronde è ciò che bisogna aspettarsi con l’assestamento del regime di dittatura sanitaria: chiusura forzosa di palestre, piscine, centri estetici e riduzione significativa degli orari di lavoro per bar, ristoranti e attività similari allo scopo di arginare il nemico invisibile con cui conviviamo già da un anno. Silenziosamente si è appropriato della nostra esistenza paralizzandola socialmente ed economicamente faticando a costruire rapporti e ripartire con l’economia. Ed ecco che il popolo si ribella, chiede la fine di ogni tortura, anche psicologica, esprimendo il proprio dissenso ricorrendo alle barbarie, distruggendo le città, riversando le frustrazioni sull’intera realtà circostante e, come è giusto che sia, le Istituzioni condannano i comportamenti rivoltosi addebitando colpe alla camorra ed ai centri sociali, dando risalto ad una giustificazione becera e malsana, quale alibi per le negligenze e i fallimenti della politica che non ha saputo garantire una sopravvivenza agli imprenditori e non da ultimo contribuendo ad intensificare un marchio che dalle origini viene accostato alla città partenopea. Ci ritroviamo innanzi all’ennesima strumentalizzazione da parte dei media, nessuno fino ad oggi ha fatto luce sulla vera matrice che ha dato vita alle manifestazioni, pacificamente intraprese dagli imprenditori partenopei- titolari di bar, ristoranti, gelaterie, pub, negozi -e che si stanno apprestando a fare causa allo Stato se le loro richieste rimarranno inascoltate.

E’ chiaro che , ed è d’uopo sottolinearlo, i tafferugli non hanno niente a che vedere con la protesta dei commercianti e delle partite iva i quali non muoverebbero mai un dito contro le forze dell’ordine che invece sono state aggredite dai “professionisti” delle proteste: i giovani dei centri sociali provenienti dalle zone universitarie sono confluiti sotto la Regione e da quel momento sono cominciati gli scontri con la polizia. Il disagio degli imprenditori napoletani portavoce dell’intera comunità è stato indubbiamente oggetto di strumentalizzazione da parte di camorristi e neofascisti: Forza Nuova è già scesa in campo ufficialmente a sostegno dei manifestanti e i vari gruppetti più o meno clandestini di separatisti, di nostalgici di un passato improponibile ma, al tempo stesso, il puntuale ricorso all’uso di terminologie diffamanti come “rivolta della camorra”, senza conoscere assolutamente nulla di quello che si vive in città, equivale a minimizzare il disagio popolare già esistente e rafforzato dalle conseguenze della pandemia. Il comportamento di alcune decine di individui, gentaglia, non può e non deve mettere in ombra migliaia di napoletani onesti, perbene e pacifici che si ribella alla prospettiva di un nuovo lockdown senza aiuti concreti ed efficaci.

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