17 Aprile 2021, sabato
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Dalla galleria “Fant cagnì” al Menotti Festival Art: la gallerista Carla Mazzoni racconta la sua vita di successo

|a cura di Maria Parente

Critica d’arte e gallerista da oltre cinquant’anni di origine romana, da dieci anni parte della kermesse Menotti Festival Art presieduta dal Prof. Luca Filipponi, la Dott.ssa Carla Mazzoni si racconta per il quotidiano La Notte in prossimità della nuova edizione del Festival che si svolgerà dal 4-8 dicembre 2020 nella città di Spoleto.

Come nasce la sua passione per l’arte?

Posso affermare con certezza che questa passione mi accompagna sin dalla mia adolescenza: quando ancora frequentavo il liceo e poi con il prosieguo degli studi universitari, ho inaugurato la mia prima galleria nella città di Brescia intitolata “Fant cagnì” espressione tipica dialettale, per inserirmi con più facilità nell’ambiente bresciano. Questa galleria, improntata sull’espressionismo tedesco,  si rivelò un grande successo e mi diede l’input necessario per proseguire e trasportare la mia passione nella Capitale, città di origine: era il 1979 quando inaugurai la nota galleria “Narciso s.a.s”, aperta fino all’anno 2012, attualmente Palazzo Santa Chiara di cui sono responsabile del settore Arte. Ad oggi continuo a realizzare e presentare mostre in tutta Italia.”

Da ben dieci anni lei è annoverata tra i capisaldi del Menotti Festival Art: come nasce la collaborazione?

L’incontro con il Prof. Luca Filipponi ha sicuramente arricchito la mia vita professionale e da due innamorati, appassionati di arte, non poteva non nascere una collaborazione che vanto con orgoglio: l’anno scorso ho presentato tre mostre, quest’anno invece presento solo una mostra di Edward Evans, artista americano e docente d’arte.”

Ce ne vuol parlare?

“Edward Evans è stato presentato in Italia in anteprima a Spoleto (PG), presso la galleria POLId’ARTE nell’anno 1995 , ospitato più volte nel corso di questi anni sempre con molto successo fino a raggiungere Fiere importanti italiane ed internazionali. Vanta al suo attivo oltre 180 mostre tra personali e collettive,in gallerie private degli Stati Uniti,Canada,Europa ed in molti musei e gallerie d’Arte Moderna americani,canadesi giapponesi ed europei.

Con l’aerografo, strumento adoperato da Evans per realizzare le sue Opere, proietta su tela le immagini sedimentate nella memoria, dettate da emozioni e sensazioni che prova sulla sua pelle, una costruzione mentale che, con un realismo “quasi ossessivo” rappresentano una realtà che non esiste, con una tecnica raffinatissima, egli evoca superfici mosse,crespate, con la riscoperta della scrittura come linguaggio ritmico e pittorico la tela appare sbalzata ,timbrata, le lettere diventano tessere di colore,la sensazione di lamiera metallica accartocciata di tessuto drappeggiato ,piegato è così reale che i visitatori chiedono spesso di poter toccare la tela perché il realismo gioca un effetto così illusionistico che arriva al limite della credibilità. Per essere precisi, l’aerografo consiste in un piccolo sistema composto da un ugello attraversato da aria e vernice: deve essere bene equilibrato per ottenere un capolavoro, ed Evans è unico nel suo genere. Al di là però di quest’effetto “trompe-l’oeil ” la bellezza ed il fascino delle oper di evans è nei giochi di colore stupendi , alternandosi tra colori rugginosi , vibranti e metallici , o di un unico colore. “

Come descriverebbe il percorso di ripresa dell’Arte post pandemia?

“Credo che l’arte così  come tante altre discipline sta attraversando un periodo difficile al di là della pandemia che indubbiamente ha accentuato le problematiche. Unica soluzione per restituirle splendore consiste nella possibilità per ogni artista di ritrovare la propria identità, come? Esasperandola. Mi rendo conto che si è creata molta confusione tra creazione e creatività dell’artista ,è necessario invece che si evidenzi questa differenza. L’artista deve sentirsi obbligato  a  rispondere alla chiamata interiore, per far emergere quell’unicità che contraddistingue ognuno solo in questo modo si potrà dare ai fruitori dell’arte un riconoscimento di fronte a quella che è la rappresentazione di una verità, piuttosto che offrire una semplice forma artigianale della creatività”

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