22 Ottobre 2020, giovedì
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un oligopolio da smantellare :Big tech

un oligopolio da smantellare : Big tech

 Il Garante francese della Concorrenza e del Mercato ha multato a settembre per 445 milioni di euro Novartis, Roche e Genentech per “pratiche abusive volte a preservare le vendite del farmaco Lucentis per il trattamento dell’Amd” (una patologia che colpisce la zona centrale della retina,) “a scapito di Avastin”, un farmaco trenta volte meno caro. La Novartis dovrà pagare 385 milioni di euro; Roche quasi 60 milioni. Ha scritto l’Autorità: “le tre società” – anche se concorrenti – “devono essere considerate come una entità collettiva ai sensi del diritto della concorrenza e tenuto conto dei legami capitalistici incrociati e dei legami contrattuali che esistono tra di loro”.

per oligopolio si intende una situazione di mercato relativa a beni omogenei (tale era appunto il petrolio, come lo sono i farmaci), caratterizzata dalla presenza di un numero limitato di operatori di grosse dimensioni, generalmente – ma più spesso apparentemente – in competizione tra loro. Un concetto e una pratica capitalistica che qui applicheremo definendo come oligopolio anche quello tecnologico del Gafam (ovvero Google, Apple, Amazon, Facebook (e annessi e connessi) e Microsoft) dove apparentemente non sembra esserci omogeneità di prodotto/settore mentre vi è invece eccome, poiché sono tutte imprese che gestiscono e controllano il mercato dei dati e delle informazioni – oltre ad esserci omogeneità di tecnologia applicata: in senso lato, il digitale.

Un oligopolio digitale dei dati dove poi ciascuno dei suoi componenti è però quasi-monopolistanel proprio comparto in senso stretto (Amazon nella vendita, Zuckerberg nei social, Apple e Microsoft nel software).

Dal petrolio – e prima di tornare al digitale – è possibile allargare il campo alla finanza e alle banche (una forma ovviamente diversa di oligopolio e/o di cartello, basti pensare solo al numero di banche e istituti finanziari presenti sul mercato, dove tuttavia le scelte strategiche – omogenee per beni omogenei di mercato – sono nelle mani di pochi) e richiamare due esempi americani del passato. Scriveva nel 1800 l’allora presidente degli Stati Uniti Thomas Jefferson: “Le istituzioni bancarie sono più pericolose per le nostre libertà, di un esercito in armi”. E aggiungeva: “Il potere di emettere denaro dovrebbe essere tolto alle banche e restituito al popolo al quale propriamente appartiene” (e ricordiamo che Marx ed Engels avrebbero scritto – al quinto punto del programma comunista contenuto nel “Manifesto” – della necessità di un “accentramento del credito nelle mani dello Stato, per mezzo di una banca nazionale con capitale di Stato e con monopolio esclusivo”). Circa un secolo dopo Jefferson, il presidente Woodrow Wilson diceva: “Una grande nazione industriale [gli Stati Uniti] è controllata dal suo sistema creditizio. (…) Perciò la crescita della nazione e tutte le nostre attività sono nelle mani di pochi uomini. Noi siamo giunti ad essere uno dei paesi peggio guidati, uno dei più completamente controllati e dominati del mondo civile – non più un governo della libera opinione, non più un governo della convinzione e del voto della maggioranza, ma un governo dell’opinione e del dispotismo di un piccolo gruppo di uomini in posizione dominante”.

Un potere oligopolistico esercitato in forme diverse ma omogenee in termini integrazione crescente tra economia, tecnica, politica e istituzioni, dove l’omogeneità del prodotto è il capitalismo in sé e per sé – e pensiamo al sistema delle “porte girevoli” tra politica ed economia, dove tra governi e sistema finanziario è tutto un entrare e uscire di uomini e di pensiero unico (appunto, l’omogeneità di prodotto chiamato teoria economica); pensiamo al Washington Consensus (l’insieme delle politiche economiche neoliberali/neoliberiste, condivise e coordinate da Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale e Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti – tutte istituzioni con sede appunto a Washington – e imposto a tutti i paesi del mondo in nome della trasformazione del mondo e della vita umana in mercato – ancora l’omogeneità del prodotto-mercato da governare e controllare e soprattutto promuovere); ma pensiamo anche alla (oggi dimenticata) lettera del 5 agosto 2011 inviata dalla Bce al governo italiano e firmata da Trichet (Presidente uscente) e da Draghi (Presidente entrante), contenente un lungo elenco di riforme da dover fare, ovviamente tutte omogenee in nome del prodotto-mercato: “Nell’attuale situazione, riteniamo essenziali le seguenti azioni: (…) aumento della concorrenza(…); ridisegno dei sistemi regolatori e fiscali affinché siano più adatti a sostenere la competitività delle imprese e l’efficienza del mercato del lavoro; (…) piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali (…) attraverso privatizzazioni su larga scala; (…) riforma ulteriore del sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi a livello d’impresa in modo da adattare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende”.

Un oligopolio tecnologico – il Gafam – per di più assolutamente tranquillo nell’esercizio del proprio potere (rare e presto silenziate sono infatti le voci di coloro che invocano interventi anti-trust, nonostante le loro origini vengano fatte risalire allo Sherman Antitrust Act americano del 1890), tranquillo perché protetto da un’aura religiosa, di meraviglia, di miracolo tecnologico, di “nuovo che avanza e che non si può fermare” che invece le Sette sorelle petrolifere non avevano (e infatti nessuno aveva mai pensato di definire il capo della Exxon un guru o un visionario…).

E questo anche perché le nuove tecnologie – o il Gafam come personificazione del capitalismo digitale – sono e detengono in sé e per sé quello che Éric Sadin, riprendendo e aggiornando Michel Foucault, chiama “regime di verità” (in “Critica della ragione artificiale”, Luiss), e che è fondato su cinque elementi: “è destinato a riferirsi alla quasi totalità delle situazioni umane e ad esercitarsi in ogni circostanza; proviene, in ogni ambito di applicazione, da una unica fonte, così eliminando il principio di una valutazione plurale delle cose; si inscrive in una logica di tempo reale (…) spingendo ad agire tempestivamente e delegittimando il tempo, specifico invece dell’esame umano delle situazioni; ha acquisito uno status di autorità che gli deriva da una efficacia continuamente amplificata e in grado di stroncare alla radice qualsiasi velleità di contraddizione; dipende da uno spirito utilitaristico che risponde tanto a obiettivi di ottimizzazione quanto a interessi privati”. Ovvero, l’oligopolio digitale (pur nelle sue divisioni quasi-monopolistiche) è anche una fabbrica di/vende quel bene omogeneo chiamato verità (esattezza, calcolo, strumentalità per il profitto), che inibisce ogni principio di contraddizione. Diventa autoreferenziale, cioè produce e riproduce incessantemente il regime di verità omogeneache lo legittima – il pensiero unico neoliberale).

Se fossimo in un sistema davvero democratico e in un sistema davvero basato sulla concorrenza, l’oligopolio anche della verità del Gafam dovrebbe essere smantellato. Subito. Perché anche il Gafam (come le Sette sorelle, ma in modi molto più pervasivi delle Sette sorelle) “esercita un dominio praticamente incontrastato sul mercato mondiale”; perché “può definire liberamente il prezzo di vendita e gestire il processo produttivo dall’estrazione alla raffinazione” – oggi estraendo non petrolio ma dati e non dalla terra ma dalla vita intera dell’uomo, insieme vendendo il proprio regime di verità. E i suoi profitti “sono molto superiori rispetto a quanto versato dalle compagnie stesse ai Paesi produttori” ad esempio in termini di tassazione. E infine perché, usando quanto indicato dall’Autorità francese, i componenti del Gafam, “devono essere considerati come una entità collettiva”.

Ma anche questo oligopolio si è formato secondo la classica tecnica della legittimazione di un potere attraverso la costruzione di “dati di fatto” – una delle molte forme e delle molte tecniche di conquista del potere, ma certo oggi la più usata. Si crea cioè in modo assolutamente anti-democratico/a-democratico – semmai con la correità delle istituzioni, anche di quelle democratiche – un “dato di fatto” o un “fatto compiuto” e la partita è vinta.

Ha scritto Hans Magnus Enzensberger: “Antichissime fantasie di onnipotenza hanno così trovato un nuovo rifugio nel sistema delle scienze; (…) la sua strategia è semplice – mira con abilità al fatto compiuto, al quale la società deve rassegnarsi, indipendentemente da come esso stesso si presenta. Con la stessa abilità viene liquidata ogni obiezione, vista come attacco alla libertà di ricerca, come ostilità inspiegabile verso la scienza e la tecnica e come superstiziosa paura del nuovo e del futuro. (…) La scienza, fusa con l’industria si presenta come causa di forza maggiore, che dispone del futuro della società”. A prescindere dalla società.

A sua volta, un altro pensatore riflessivo sulla tecnica, come Jacques Ellul (ne “Il sistema tecnico”), ha scritto, con riferimento in particolare all’informatica – e al nostro rapportarci ad essa: “ogni nuovo elemento tecnico, ogni nuova innovazione tecnica è solo un mattone dell’edificio dell’apparato, un ingranaggio del sistema tecnico. (…) Ci troviamo qui in presenza di un fatto di importanza decisiva: l’uomo rifiuta radicalmente di conoscere il processo, e ponendo la questione in termini metafisici e assoluti si convince (…) che il nuovo fattore tecnico sia liberatore. Così tranquillizzato lascia progredire il meccanismo e poi, quando vede il risultato, dice: Ma questo non era ciò che avevamo previsto. Ma oramai il danno è fatto”. Di più: “Quando trasformiamo ciò che ci è dato dalla natura a nostro vantaggio, esercitiamo un potere; ma non si tratta solo di un potere sulla natura, bensì anche su altri uomini” – scriveva il sociologo Heinrich Popitz (in “Fenomenologia del potere”): “Ogni artefatto aggiunge un fatto, un dato nuovo alla realtà del mondo. Chi è responsabile di aver introdotto questo nuovo dato di fatto, proprio in quanto creatore di dati di fatto, esercita un tipo particolare di potere sugli uomini soggetti a questa innovazione”. Perché appunto il potere dei “dati di fatto/fatti compiuti” (che è diverso dal potere dei dati) – pensiamo a come si è diffusa la rete, a come si sono moltiplicati i social, a come siamo diventati delle macchine di produzione di dati, a come accettiamo di essere profilati incessantemente rinunciando alla privacy, alla nostra indifferenza a cercare alternative – è la tecnica di potere che ha permesso anche al Gafam di divenire ciò che oggi è.

Dovrebbe essere allora evidente che questa è la forma più subdola e pericolosa di conquista e poi di esercizio del potere. Tanto subdola che oggi neppure più ci domandiamo: “ma questo non era ciò che avevamo previsto”. Anche l’oligopolio e il suo regime di verità omogenee ci è diventato normale.

A cura di Chiara De Simone 

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