La morte di Willy strumentalizzata dei media: quando il sacrifico di un nero ci restituisce dignità

|a cura di Maria Parente

Aveva solo 21 anni e nel breve percorso che ha caratterizzato la sua esistenza non si risale ad alcun atto o episodio per cui si possa tacciarlo come un ragazzo violento e burrascoso: l’omicidio di Willy Monteiro Duarte, giovane ragazzo di origine capoverdiana e residente a Paliano, provincia di Frosinone, sembra aver risvegliato negli italiani un forte senso di responsabilità nei confronti di una vita, perduta barbaramente, per difendere un amico coinvolto in rissa.

Lo stesso sentimento di rammarico, di rabbia, che viene in auge ogni qual volta un uomo nero(definizione non classista suggerita dall’Accademia della Crusca) è vittima di maltrattamenti o risse che culminano con la sua morte. Ma questo probabilmente connota l’espressione più significativa dell’essere italiano: siamo una comunità buona, sana e nonostante fatti o eventi possano testimoniare il contrario, siamo avulsi da ogni propensione razzista; il colore della pelle non può e non deve essere un limite alle facoltà degli umani, dimostriamo di essere un solo popolo, senza evidenti discromie che possano etichettarci come “razzisti” o “infami”.

In 18 anni e precisamente dal 1° gennaio 2008 e il 31 marzo 2020 ci sono stati in Italia 7.426 episodi di ordinario razzismo. Nello specifico si riscontrano di 5.340 casi di violenze verbali, 901 aggressioni fisiche contro la persona, 177 danneggiamenti alla proprietà, 1.008 casi di discriminazione. ( fonte:libro bianco dell’associazione Lunaria) 

E il supporto della stampa in questi casi si rivela eccezionale: “Colleferro. Addio Willy, ucciso per altruismo.”(L’Avvenire); “Willy Monteiro Duarte, un video incastra i fratelli Bianchi”(il Corriere); “Ghali: “Giustizia per Willy, mi ha ricordato episodi in cui l’ho scampata per un pelo”(La Repubblica). Solo alcuni dei titoloni che riportano e raccontano la tragedia vissuta da un semplice ragazzo intervenuto in rissa per difendere l’amico, rimettendoci la vita.

Peccato che però tutto questo sentimentalismo nei confronti dei neri messo in evidenza dai media nazionali non corrisponda minimamente a quanto siamo abituati ad assistere nella vita reale: venditori ambulanti spesso trattati a malo modo, così come per i giovani lavavetri ai semafori talvolta insultati o se va bene rispediti a parole nel loro paese… tutta questa apprensione, il buonismo, normalmente dov’è?

Possiamo sentirci chiamati in causa e al rispetto di un popolo solo e quando ci rimettono ingiustamente la vita? Ogni qual volta accade ho come sempre l’impressione che sia per tutto il sistema e per la politica del Paese, un’occasione per condannare simbolicamente il sentimento di razzismo che da sempre connota il genere umano e se non anche l’opportunità per qualche artista di sponsorizzarsi e raccontare ,puntualmente, come qualcuno di loro sia stato vittima di episodi simili.

Non nascondo il mio rammarico al termine di questa personale riflessione, perché ragazzi come Willy sono da considerare vittime due volte: la prima per aver perso barbaramente la vita e la seconda per essere utilizzati come argomento di tendenza utili alla promozione di un’Italia ligia e di un ritorno non trascurabile alla corrente politica di sostegno all’immigrazione.