“Niente sussidi,solo prestiti”: i Paesi Frugali non la mandano a dire

Con un articolo scritto dai rispettivi capi di governo e pubblicato sul Financial Times, Austria, Svezia, Danimarca e Paesi Bassi, comunemente noti come “Frugali”, confermano che le posizioni tra il Nord e il Sud Europa sul Recovery Fund, a dispetto dei negoziati intercorsi, restano distanti.

Il riferimento dei “Frugali” è alla ripartizione delle risorse messe a disposizione dal Recovery Fund: 500 miliardi in sovvenzioni e altri 250 sotto forma di prestiti. La parte che fa gola ai Paesi più colpiti dal Coronavirus, Italia e Spagna in testa, è naturalmente la prima. Per l’Italia il beneficio è poi doppio: se i criteri di allocazione dovessero restare quelli proposti da Ursula von der Leyen – ipotesi poco plausibile a questo stadio dei negoziati – Roma potrebbe beneficiare di un saldo positivo tra le sovvenzioni ricevute – circa 90 miliardi – e i suoi contributi aggiuntivi al bilancio Ue – circa 55 miliardi – da versare però quando la crisi sarà già superata. 

L’articolo a otto mani scritto da Stefan Lofven (Svezia), Mark Rutte (Olanda), Sebastian Kurz (Austria) e Mette Frederiksen (Danimarca) ha il merito di rappresentare il concetto di “solidarietà” nella sua declinazione frugale: “Ciò che facciamo nell’Ue riguarda la solidarietà [..] far ripartire il mercato unico, a tutta velocità, è di fondamentale importanza per liberarci da questa crisi”.

Secondo i quattro Stati Ue non c’è spazio per i sussidi. Ma la critica va ben oltre e si estende anche alle strette condizionalità da allegare ai prestiti, ai criteri che hanno guidato la Commissione nell’assegnazione delle risorse tra i vari Paesi Ue, e arriva fino alla durata dello strumento. I prestiti concessi ai Paesi che fanno richiesta dovranno essere fortemente condizionati.

Anche la tempistica viene contestata dai quattro: la finestra per ricevere i soldi dal Recovery Fund “deve essere aperta fino alla fine del 2022” e non fino al 2024 come nella attuale proposta di Bruxelles. Infine le dimensioni: “Il fondo deve essere di dimensioni significative, ma non più grande di quanto potrebbe essere utilmente assorbito dagli Stati membri durante l’attuale emergenza”.

I tempi sono fondamentali. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha ribadito oggi che “sarà importante non solo quanti soldi arriveranno ma anche quando arriveranno. Non possiamo perdere tempo”. L’allarme è ben giustificato: secondo le stime della Commissione stessa, da qui al 2022 solo un quarto dei 500 miliardi di sussidi potrà essere effettivamente speso dai Paesi beneficiari. Per quanto riguarda il Sure, lo strumento Ue contro la disoccupazione da 100 miliardi, l’Italia ha già presentato la sua richiesta a Bruxelles per circa 30 miliardi nella speranza di riceverne almeno 20. Ieri il presidente Hoyer ha avvertito che senza il versamento di ulteriori fondi a garanzia del capitale, per la Bei sarà impossibile finanziare le piccole e medie imprese europee: “Senza un aumento di capitale dovremo interrompere i prestiti ai Paesi più colpiti”, ha detto alla Stampa. C’è poi il Mes, il Fondo Salva-Stati: il Governo al momento non è intenzionato ad attivarlo per la netta contrarietà del Movimento 5 Stelle. In Europa fino ad oggi è stato snobbato da tutti gli altri Paesi, Grecia inclusa. L’Italia guarda quindi con speranza al Recovery Fund ma, nonostante i negoziati sottotraccia delle diplomazie Ue nelle ultime settimane, il muro dei frugali non è stato affatto scalfito. 

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