Silvia Romano torna in Italia: nessun dettaglio dei mesi in prigionia, meglio tacere?

| a cura di Maria Parente

Dopo 18 mesi di dura prigionia, Silvia Romano, la giovane cooperante rapita il 20 novembre del 2018 a Chakama, un villaggio a 80 chilometri da Malindi in Kenya , grazie al proficuo lavoro dell’intelligence italiana, fa ritorno in patria tra incredulità e gioia di familiari e istituzioni.

La venticinquenne milanese, alla sua seconda missione in Africa con la piccola onlus di Fano “Africa Milele”(Africa per sempre), era già stata nella contea di Kilifi vicino a Malindi sulla costa del Kenya , dopo una breve sosta in Italia decise di ripartire perché quel piccolo angolo del mondo gli aveva rapito il cuore nonostante consapevole dei rischi cui andava incontro: una zona “minata” già in precedenza verificati attacchi contro stranieri.

Una consapevolezza dunque poco confortante ma non da ostacolare Silvia, mossa da sentimenti di benevolenza, per cercare nel suo piccolo di portare uno spiraglio di positività in quella terra dimenticata dal Signore.

La sua liberazione, stando a fonti interne, è avvenuta grazie a “un lungo e complesso lavoro sul campo” diretto dal generale Luciano Carta, con la collaborazione dei servizi turchi e somali. Silvia Romano era ancora nelle mani di Al Shabab, gruppo terrorista somalo affiliato ad al Qaeda, quando la scorsa notte è scattata l’operazione dell’Aise a 30 chilometri da Mogadiscio in una zona ridotta in condizioni estreme per le alluvioni degli ultimi giorni.  Sulla vicenda si sono fatte solo ipotesi. In poche ore è caduta la pista del terrorismo somalo: per arrivare alla Somalia la strada è lunga. Occorre percorrere territori aspri, pericolosi, la famigerata foresta di Boni dove, questo è noto, si nascondono criminali, banditi di ogni tipo, ma anche terroristi. Da lì il passo verso la Somalia è breve.

Tutto il peggio è ormai alle spalle: Silvia rientrerà in Italia oggi, domenica 10 maggio, per riabbracciare la famiglia e l’Italia intera che ha pregato e supportato la sua liberazione.

Diciotto mesi di prigionia, un anno e sei mesi, non descritti dalle testate che ne danno notizia, ma sicuramente non trascorsi con leggerezza e senza pericoli: le uniche parole della giovane che lasciano trapelare un briciolo del suo vissuto in questi mesi risalgono all’affermazione riportata dal “Sole 24 ore”: “Sono stata forte, ho resistito”

Violenze, maltrattamenti, vessazioni: quanto male sarà stata costretta a subire la giovane Silvia? Lasciar trasparire un messaggio positivo, di forza, per non scoraggiare chi come lei si imbatte in avventure e percorsi difficili, drammatici, è il minimo che la stampa italiana possa fare perché quelle popolazioni non vengano abbandonate anche da chi ancora crede che si possa fare qualcosa per salvarle, ma trovo altrettanto doveroso informare e aprire gli occhi sui pericoli che tutti rischiamo di correre durante la permanenza in determinati luoghi e villaggi africani. Senza contare il rischio a cui sono sottoposti coloro a cui è affidato il compito di liberazione.

Appena in Italia, Silvia sarà ascoltata dai pm della procura di Roma che sulla vicenda hanno avviato un’indagine per rapimento a scopo di terrorismo. Il colloquio con i pm romani sarà effettuato nel rispetto delle normative anti Covid che prevedono il distanziamento e l’uso di dispositivi di protezione. All’audizione sarà presente il titolare del fascicolo Sergio Colaiocco.

Dunque quanto può valere correre il rischio della vita se poi le missioni di beneficenza, per amor dei popoli, vengono interrotte barbaramente da delinquenti e bande terroristiche assoldate? Sicuramente donare il sorriso anche solo ad un bambino che vive di pane e speranza non ha prezzo ma non bisogna dimenticarsi della propria vita e del dolore che, strappandola, arrechiamo ai nostri cari.

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