22 Giugno 2021, martedì
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Dalla guerra sui dazi alla pandemia: massacro punitivo per l’economia cinese

|a cura di Maria Parente

La Cina rappresenta per l’America una notevole minaccia economica poiché negli ultimi anni e ancor prima che Trump annunciasse la guerra sui dazi, sono aumentate in misura esponenziale le importazioni di prodotti cinesi in America. L’unico rimedio per dirimere la domanda di prodotti cinesi ,venduti ad un prezzo vantaggioso e perfettamente concorrenziale, consiste nell’aumento dei dazi doganali con l’obiettivo di “piegare” la Cina ad investire più capitale sui prodotti americani. Una “guerra” dichiarata da Trump nel marzo 2018 e durata quasi due anni con la sigla di un accordo preliminare raggiunto in data 14 gennaio 2020

Per completezza segue breve resoconto degli impegni assunti dalle parti reciprocamente:

Gli impegni cinesi-Pechino si impegna ad acquistare più prodotti americani per un ammontare di 200 miliardi di dollari in due anni. In particolare la Cina acquisterà 80 miliardi in più di prodotti manifatturieri made in Usa, 50 miliardi di forniture energetiche, 40 miliardi di servizi e 32 miliardi di prodotti agroalimentari. Cifra impressionante che, se confermata, farà diminuire il saldo commerciale con gli Stati Uniti di circa 300 miliardi di dollari. Anche per quanto riguarda la spesa energetica, la Cina si è impegnata ad acquistare enormi quantitativi di greggio, gas naturale liquefatto e gas di petrolio liquefatto. L’obiettivo è raggiungere i 50 miliardi di dollari.La Cina si è anche impegnata in altri campi come la tutela della proprietà intellettuale, il trasferimento forzoso di tecnologie, il sistema valutario, l’apertura del mercato ai servizi finanziari.

Gli impegni americani– Dal canto loro, per raggiungere l’accordo, Trump ha acconsentito a non aumentare i dazi su 162 miliardi di dollari di esportazioni cinesi a metà dicembre e a tagliare a metà il 15% dei dazi esistenti su altri 120 miliardi di prodotti cinesi. Restano invece in vigore i dazi del 25% su 250 miliardi di dollari di esportazioni cinesi. Restano invece fuori dall’intesa e saranno oggetto della fase 2 dell’accordo il capitolo Huawei sul 5G e quelli dei sussidi di stato all’industria cinese.

Non un vero e proprio accordo ma dunque una tregua in fase di definizione. Una vittoria per Trump che definisce l’accordo “storico” e non del tutto cagionevole per Xi Jinping, Presidente della Repubblica popolare Cinese, legati nonostante tutto da “un’ottima relazione”.

L’avvento della pandemia però sembra aver minato questa atmosfera di soddisfazione e pacatezza che sembrava caratterizzare il nuovo rapporto tra America e Cina: tutto parte con l’accusa spietata da parte di Donald Trump nei confronti dell’OMS di aver tardato a dare l’allarme per la pandemia nascondendo le responsabilità della Cina e, sempre l’OMS, opponendosi alla giusta decisione americana di interrompere i voli dal grande Paese asiatico. Trump non ci sta ed apre la stagione della resa dei conti con la minaccia di sospendere dei finanziamenti all’OMS, di cui l’America rappresenta la parte finanziaria più corposa.

Ma non solo, le minacce dall’America si estendono ben oltre: a Washington difatti sta crescendo una corrente punitiva nei confronti di Pechino: il senatore repubblicano Tom Cotton propone addirittura di “sganciare l’economia americana da quella cinese” e vuole farlo per legge imponendo alle multinazionali statunitensi attive in Cina di rientrare. Nella Capitale si è quindi diffusa la convinzione che colpendo l’OMS, il presidente stia provando a dare soddisfazione al fronte anti-cinese, sempre più ampio e agitato. Senza però voler intaccare i rapporti con il presidente Xi Jinping.

Nonostante il mondo continua a piangere e rammaricarsi per le milioni di vittime per Cononavirus, la politica e gli affari economici continuano impietosi il loro corso, senza però che il dialogo tra i colossi dell’economia mondiale riesca a fornire risposte concrete alla drammatica situazione attuale, ognuno rimbalzando le colpe dall’una e l’altra parte a suon di minacce e timori.

Certo è che il presidente americano, qualcosa di buono e profittevole ne ricaverà dal corso di questa terribile pandemia: secondo quanto si legge sul New York Times, molte fabbriche cinesi dovranno ora fare i conti con una calo della domanda internazionale, e oltre 50 milioni di lavoratori non sono ancora riusciti a rientrare al lavoro dopo i periodi di quarantena nelle città e nelle regioni di provenienza. Gli investimenti in Cina hanno subito un tracollo del 24,5 per cento nei primi due mesi dell’anno, circa 330 miliardi di yuan (50 miliardi di dollari), contro il +5,4 per cento registrato nell’intero 2019 e il rialzo del 2,8 per cento atteso di mercati. Il vice ministro dell’Industria Xin Guobin ha dichiarato che il tasso di ripresa del lavoro al di fuori della provincia di Hubei, epicentro dell’epidemia, è di circa il 60 per cento per le piccole e medie imprese e oltre il 95 per cento per le grandi aziende. Un primo passo fondamentale, ma l’export è sceso del 17,2 per cento (il maggior calo dal febbraio dell’anno scorso, quando il problema erano i dazi).

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