8 Marzo 2021, lunedì
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Il flop della gestione dei flussi migratori africani

Alla fine è andata come i più, sottovoce, immaginavano che andasse. Un flop. La decantata cabina di regia sui flussi migratori africani lanciata come il tema centrale del quarto EU-Africa summit ha partorito un topolino, la EU-Africa Declaration on Migration and Mobility.

La dichiarazione, dello scorso aprile, nasce vecchia e ricalca quasi del tutto l’Africa-EU Partnership on Migration, Mobility and Employment del 2007 e il Global Approach to Migration and Mobility del 2011.

Due atti presentati ai tempi come il punto di svolta delle politiche migratorie europee e che oggi scricchiolano sotto il peso crescente della controversa gestione dei flussi migratori in arrivo dalla sponda sud del Mediterraneo.

Dal 1988 sono 19.781 i migranti morti nel tentativo di raggiungere l’Europa. Tra questi, 2.352 soltanto nel corso del 2011, almeno 590 nel 2012 e 801 nel 2013. Un mobilità incessante che resta su livelli d’allerta soprattutto in Italia, dove soltanto nei primi cinque mesi del 2014 sono sbarcati oltre 40.000 migranti.

Road Map Eu-Africa
Le priorità a breve termine della politica migratoria promossa da Bruxelles e l’incapacità di proporre un set di programmi e azioni a largo raggio trovano un riscontro più che evidente in quegli striminziti due punti dedicati dalla Road-Map Eu-Africa 2014-2017 al tema “mobilità e immigrazione”.

Quella che doveva essere la risposta corale alle tragedie che negli ultimi anni si sono susseguite nelle acque mediterranee e lungo i paesi di transito si è tradotta nella replica di temi triti e ritriti: favorire le sinergie tra migrazione e sviluppo, ridurre i costi delle rimesse, valorizzare il ruolo della diaspora e consolidare l’Istituto africano per le rimesse.

Un approccio marcatamente economico che ha lasciato spazio alla dimensione umanitaria della mobilità solo per asserire in modo generico “l’importanza di affrontare le cause profonde della migrazione irregolare”. Fronte, sul quale, per l’ennesima volta, l’Europa non è stata in grado di guardare oltre il proprio dito.

Assente il richiamo ai plurimi fattori di spinta che portano migliaia di migranti africani a fuggire verso l’Europa. Nulla l’attenzione riservata alle instabili strutture istituzionali dei paesi di provenienza e di transito dai quali e lungo i quali i flussi migratori africani partono e si dipanano.

Ossessionata dalla porosità delle proprie frontiere esterne, l’Europa non ha saputo far altro che auspicarne per l’ennesima volta un rafforzamento. Eppure, contrariamente a quanto si potrebbe dedurre dalla “Road-Map Eu Africa 2014-2017”, il nodo critico della relazione tra i due continenti non sta nelle frontiere e nel loro controllo, ma nei cambiamenti demografici e socio-economici che caratterizzano il continente africano. Questione ripresa recentemente da un’analisi di Iván Martín del Migration Policy Center che fa luce sull’essenza dei fattori di spinta che vanno determinando i flussi migratori africani verso l’Europa.

Oltre il 40% dei 300 milioni di africani tra i 15 ei 30 anni sono Neet, “Not in education nor in employment”. Più di 300 milioni di africani vivono in assoluta povertà, con un reddito inferiore a 30 euro al mese. Dati acuiti dalle proiezioni demografiche delle Nazioni Unite, che per il 2050 prevedono una crescita della popolazione africana dal miliardo di abitanti odierno, a più di 2,4 miliardi di persone.

Diritti umani dei migranti
Rispetto a cifre di questo tipo è evidente che il problema non sta nelle centinaia di migliaia di cittadini africani intenzionati a emigrare irregolarmente verso l’Europa, ma nell’assenza di crescita economica, stabilità istituzionale e aspettativa di vita che alimenta l’emigrazione dai paesi di provenienza.

Sono questi gli elementi che spiegano perché, nonostante tra il 2007 e il 2013 l’Ue abbia speso 1,8 miliardi di euro per finanziare le attività di controllo delle frontiere esterne, potenziando Frontex e lanciando il sistema di sorveglianza Eurosur, il numero di persone che hanno scelto di rischiare la propria vita per raggiungere l’Europa è continuato a salire.

Il Partenariato EU-Africa non è ancora riuscito a garantire la protezione dei diritti umani dei migranti, dei richiedenti asilo e dei rifugiati nei paesi africani di provenienza e transito, auspicata nel 2007 con Joint Africa-EU Strategy.

Esternalizzazione delle procedure di riconoscimento 
Nell’attesa che Bruxelles avvii una riflessione meno euro-centrica e più programmatica sui problemi strutturali che alimentano i flussi migratori africani, per fronteggiare l’impennata dei flussi provenienti dalla rotta Centro-Mediterranea si punta a stabilire dei centri di identificazione per richiedenti asilo e rifugiati in paesi di transito come Egitto, Libia e Sudan. Proposta datata 2003, e che ora, per la prima volta, pare aver ricevuto l’endorsement dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, convinto che questa sia l’unica via per scongiurare la “colossale catastrofe umanitaria” che rischia di abbattersi sugli stati europei che fronteggiano in prima linea i flussi mediterranei.

Il sostegno di molte cancellerie europee alla proposta di esternalizzazione delle procedure di riconoscimento dello status di rifugiato nei paesi terzi non ha però fatto luce sulle responsabilità umanitarie che graveranno sui paesi di transito che dovrebbero ospitare i centri di smistamento.

Questione non secondaria visto che le vicende drammatiche dei migranti in transito trattenuti e torturati nei centri di detenzione libici o di quelli arrestati dalla polizia egiziana dopo essere stati rilasciati dai trafficanti che li trattenevano nel Sinai sono una storia più che recente.

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