1 Marzo 2021, lunedì
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Il made in Italy torna sui tacchi

L’industria calzaturiera torna a fare quadrato sulla produzione made in Italy, che «torna competitiva e fa bene ai brand», mentre tutto il settore soffre i cambi dell’euro e la crisi. «Siamo come sulle montagne russe», dice Cleto Sagripanti, presidente di Assocalzaturifici, «in questi primi tre mesi l’export è in calo dello 0,3% anche per riflesso al -11% registrato in Russia. Ma quello che leggiamo dai dati è che il fenomeno della ri-allocazione della manifattura è iniziato. La filiera corta è più competitiva, consente di stare dietro ai trend e di fronte alla riduzione delle scorte di magazzino, permette di assestare la produzione in base alla necessità». La situazione congiunturale del settore, così come è stata presentata ieri a Milano dall’ufficio studi di Assocalzaturifici, mostra una situazione a due velocità. Dove il «made in» è soprattutto al traino dell’export, mentre i consumi interni hanno registrato una flessione storica. In totale sono stati esportati 219,8 milioni di paia (+2,6%) per un valore di 8,1 miliardi di euro (+5,7%). I consumi interni per contro hanno registrato cali sia in volume (-4,7%) sia in valore (-4,3%) e in particolare quelli delle famiglie italiane hanno registrato rispettivamente un -6% a volume e un -5,8% a valore. «Produzione ed esportazione quest’anno mostrano dinamiche meno brillanti», aggiunge Sagripanti, «serve un cambio nel sistema paese e oggi ci sono i presupposti perché si sfruttino appieno i nostri vantaggi competitivi. Ora o mai più». La produzione nazionale, pari a 202,1 milioni di paia (+1,8%), per 7,5 miliardi di euro (+4,9%), ha chiuso con un lieve incremento oltre la soglia simbolica dei 200 milioni di paia. Il campione di associati indica una riduzione media nel primo trimestre 2014 dello 0,3% in volume. Combinando tale risultato con le dinamiche di prezzo segnalate dalle aziende, è possibile stimare un incremento della produzione in valore attorno all’1,5%. Ma è soprattutto quello che accade in Cina a far sentire che il vento della produzione sta cambiando. «Il mercato mondiale richiede un tipo di filiera produttiva diversa dal passato», aggiunge il presidente dei calzaturieri. «La Cina sarà sempre di più un mercato su cui andare a vendere e sempre meno la fabbrica del mondo».

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