1 Marzo 2021, lunedì
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Dieci nuove regole per la previdenza complementare

Riformulare le regole della previdenza. È quanto auspicato da Gianemilio Osculati, Amministratore Delegato di Intesa Sanpaolo Previdenza e Intesa Sanpaolo Vita, in occasione della Giornata Nazionale della Previdenza: più semplicità nella comunicazione, maggiori flussi contributivi, investimenti migliori e una ulteriore trasparenza e controllo sul denaro amministrato, sono i nuovi ingredienti della previdenza complementare.

La previdenza complementare non è più sufficiente

«Dal 2004 a oggi sono 6,2 milioni le persone iscritte alla previdenza complementare: una crescita media dell’8% anno su anno, calcolando che nel 2004 erano solo 2,8 milioni – precisa Andrea Lesca, Direttore Generale di Intesa Sanpaolo Previdenza. Tuttavia, oggi l’età media in cui si entra nel mondo del lavoro è slittata dai 25 ai 30 anni, la precarietà è in aumento, con 3 milioni di soggetti in queste condizioni con il 35% di giovani, e questi buchi contributivi impattano sulla previdenza pubblica». Ma non solo, secondo gli studi condotti da Intesa Sanpaolo Vita e Intesa Sanpaolo Previdenza, anche la previdenza complementare non è più sufficiente: «i rendimenti dell’attività finanziaria, infatti, sono vicini ai minimi storici – afferma Osculati – e la rendita mensile per un piano di versamento di 2mila euro annui in 40 anni oggi rende il 57% in meno rispetto a qualche anno fa».

Dieci regole per una nuova previdenza

Ed ecco allora che a cambiare le proprie regole è anche la previdenza complementare, seguendo la proposta di Intesa Sanpaolo, articolata come un decalogo.

1. Semplificare, identificando un solo strumento di previdenza complementare. Ovvero ridisegnare il perimetro e le modalità con cui sono attivati i fondi pensione, in quanto una offerta ampia di strumenti previdenziali non fa altro che generare confusione e allontanare i clienti, e riconfigurare quindi tutte le forme attuali secondo una unica veste.

2. Aumentare le contribuzioni, rendendo obbligatorio il trasferimento del TFR e facendo in modo che il contributo versato dal datore di lavoro vada a confluire nella previdenza complementare scelta, con un trasferimento automatico in caso di cambio di lavoro.

3. Estendere il plafond fiscale.

4. Far sì che non ci siano perdite in corso d’opera nella fase di accumulo. E, quindi, non solo stimolare le contribuzioni ma anche limitare rimborsi nella fase di versamento, così da non disperdere le somme accumulate se non per casistiche importanti, come l’inabilità.

5. Migliorare le prestazioni finali.

6. Scegliere i migliori asset manager. Una opportunità che, secondo Osculati, solo pochi fondi hanno colto nel corso degli anni: «anche se è impossibile trovare il migliore gestore per tutte le asset class e ogni momento di mercato – precisa Osculati – la rosa di investimenti deve essere completa e qualunque forma pensionistica deve quindi dare accesso a tutte le classi di investimento e solo una consulenza fee only può permetterci di fare un salto di qualità».

7. Ampliare la asset allocation, investendo non solo su strumenti tradizionali o più liquidi.

8. Gestione total return. Più investimenti, in diverse asset class, con i migliori gestori devono permettere alla clientela di aumentare il tasso di ritorno degli investimenti, con un budget di rischio certamente più alto ma capace di seguire al meglio i cambiamenti di mercato.

9. Incentivi fiscali, da rivedere e aumentare, così da incentivare anche i più avversi al rischio.

10. Maggiore trasparenza e controllo, dalla gestione dei risparmi alla comunicazione verso il cliente. In quanto è necessario creare maggiore consapevolezza della necessità di una previdenza complementare e offrire una rendicontazione chiara, semplice e utile, a tutti coloro che sono iscritti. «L’estratto conto, infatti, non basta – conclude Lesca – perché non bisogna dire tutto, ma ciò che è necessario e facile da comprendere, abbandonando la terminologia tecnica».

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