8 Marzo 2021, lunedì
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Obiezione di coscienza e aborto: la condanna del Comitato Europeo dei Diritti Sociali

Il Comitato Europeo dei Diritti Sociali, con decisione depositata il 10 marzo 2014,  ha condannato l’Italia per violazione dell’art. 11 della Carta Sociale Europea che tutela il diritto alla salute, a causa dei troppi obiettori di coscienza che impediscono alle donne di ricorrere all’interruzione della gravidanza nelle ipotesi previste dalla legge n. 194 del 22 maggio 1978. Il reclamo era stato presentato non più di un anno e mezzo fa dalla Federazione internazionale per la pianificazione familiare (International Planned Parenthood Federation European Network), organizzazione non governativa che da anni si batte per  potenziare l’accesso ai programmi di salute delle fasce più vulnerabili.

Il Comitato è stato chiamato a pronunciarsi su come il sistema italiano di assistenza sanitaria possa ostacolare il godimento del diritto alla tutela della salute previsto dall’articolo 11 della Carta. Non si è trattato, quindi, di stabilire se le donne abbiano o meno il diritto di abortire o se il personale sanitario possa beneficiare dell’obiezione di coscienza. La pronuncia si concentra, infatti, sulla carenza di personale sanitario che possa consentire ad una donna il diritto di abortire nelle modalità previste dalla  legge, a causa dell’elevato numero di obiettori presenti negli ospedali italiani. In tal senso, il Comitato ritiene che, una volta che gli Stati membri introducono  disposizioni di legge che consentono l’aborto in alcune situazioni, essi poi sono tenuti ad organizzare il loro sistema sanitario in modo tale da garantire che l’esercizio effettivo della libertà di coscienza degli operatori sanitari non impedisca ai pazienti di ottenere l’accesso ai servizi a cui hanno legittimamente diritto (vedere, mutatis mutandis riferimento alla Corte europea dei diritti dell’uomo in P. e S. contro la Polonia e RR contro la Polonia, punti 53 e 54).

A detta del Comitato Europeo le regioni Italiane non hanno adottato misure idonee che possano bilanciare il diritto delle donne a ricorrere all’aborto previsto dalla richiamata legge e quello dei medici di astenersi da questa pratica per motivi di coscienza. Alle autorità regionali spetta sì assicurare l’attuazione dell’art. 9 della legge n. 194/78, che ammette l’astensione del personale medico e ausiliario per ragioni di coscienza, ma in maniera tale da non creare un impedimento al diritto delle donne di ricorrere all’aborto. Secondo i dati statistici evidenziati nella decisione del Comitato, il rifiuto per motivi di coscienza di praticare le interruzioni volontarie di gravidanza nelle strutture sanitarie pubbliche arriva, in alcune regioni italiane, al 70%, fino all’85% della Basilicata.

Di conseguenza, l’Italia ha violato l’articolo 11 della Carta laddove ha omesso di mettere in atto tutte le misure necessarie per consentire l’interruzione di gravidanza anche nelle strutture con un elevato numero di obiettori di coscienza. Per il Comitato non sono stati presi adeguati provvedimenti al fine di consentire l’erogazione di un servizio sanitario previsto dalla legge, essendo, in alcuni casi, stato impedito alle donne il diritto di abortire o, in altri, arrecato un notevole disagio psicofisico dovuto a trasferimenti in altri ospedali. Lo Stato ha, quindi, l’obbligo di adottare soluzioni tali per cui una donna che voglia interrompere la gravidanza non debba essere costretta a spostarsi in un’altra struttura sanitaria o addirittura in un altro Stato, così come troppo spesso finora è avvenuto. A suffragare le ragioni per le quali l’Italia è stata condannata dal Comitato Europeo dei Diritti Sociali è la recente notizia riportata da diversi quotidiani nazionali, riguardante una ragazza di 19 anni entrata alle 9 del mattino  nel reparto di ginecologia e ostetricia di un ospedale di Genova, per prendere l’ultimo farmaco previsto dal protocollo per la Ru 486, e rimasta da sola per mezza giornata in corsia, senza trovare nessun medico disposto ad effettuare un’ecografia, medico che è intervenuto solo dopo che sono arrivate le forze dell’ordine in ospedale. Ciò dimostra che ricorrere a pratiche di interruzione volontaria della gravidanza risulta ancora molto complicato e la questione della legittimità dell’obiezione di coscienza oggi, a tanti anni di distanza dall’entrata in vigore della legge n. 194, impone invece una risposta diversa. La risposta deve offrirla senza dubbio il sistema sanitario nazionale, che deve essere in grado di offrire un servizio medico in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale, evitando che la legittima richiesta della donna rischi di essere calpestata dalle volontà di un obiettore di coscienza.

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