1 Marzo 2021, lunedì
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LE INCHIESTE GIUDIZIARIE, LA RIPRESA CHE RESTA UNA CHIMERA, LE LACERAZIONI DELLA SINISTRA: TUTTA ACQUA AL MULINO DI GRILLO

Speriamo di sbagliare, ma coltiviamo il timore – e non da oggi – che le elezioni europee siano uno tsunami. Avendo avuto il sopravvento il populismo, e pure di grana grossa, era inevitabile che con il passare dei giorni a godere del vantaggio di un clima di tensione emotiva fossero coloro che più e meglio fanno leva sull’indignazione degli italiani. Grillo in testa, ovviamente, ma anche la Lega che tenta di rigenerarsi sposando la linea anti-euro. Ma se questa era la tendenza già in atto, ora, però, anche i fatti vanno in soccorso del populismo radicale, regalandogli occasioni di acquisizione di consenso insperate. Ci riferiamo alla nuova ondata di arresti che, come goccia che fa traboccare il vaso, rappresenta in sé, senza neppure indurre ad entrare nel merito di ciascuna inchiesta e dei loro reali fondamenti, appare agli occhi dei cittadini a dir poco devastante. Ma ci riferiamo anche alle notizie, per quanto passate in secondo piano, che certificano che – come ha scritto TerzaRepubblica in tempi non sospetti, anche a costo di beccarsi l’accusa di menar gramo – la ripresa non c’è e che non si vedono i presupposti perché, almeno per quest’anno, ci sia. Come pure ci riferiamo alle sempiterne contorsioni della sinistra che, in tempi di crisi della destra e scarsa rilevanza del centro, rappresentano un ulteriore vantaggio offerto alla marea montante dell’antipolitica.

Vediamo i tre regali a Grillo con maggiore dettaglio. Partendo dalla “nuova Tangentopoli”, l’ennesima. Il paragone regge fino a un certo punto, anche perché quella di oltre vent’anni fa era un’ondata di fango che sommergeva i partiti, qui invece si tratta di vicende legate alle persone. Ma soprattutto, ciò che rende diverso l’oggi è la magistratura. Non perché siano cambiati i metodi – anzi – ma perché nel 1992 una procura, quella di Milano, prese la leadership del mondo togato dando l’impressione all’opinione pubblica di essere un contro-potere organizzato, mentre ora è proprio quella stessa procura a simboleggiare – caso Robledo, ma non solo – le spinte centrifughe che attraversano la magistratura, in una sorta di “tutti contro tutti” lacerante. Tuttavia, proprio questa confusione accresce gli effetti deflagranti delle inchieste in corso, rendendole potenzialmente capaci di assestare un colpo mortale ad una classe politica acerba e ancora in cerca di legittimazione. A tutto vantaggio di chi – Grillo – è nella condizione naturale di cavalcare l’ennesima ondata di indignazione. Anzi, Grillo non dovrà nemmeno scomodarsi troppo, perché i frutti cadranno direttamente nel suo prato. E a tutto svantaggio di chi – Renzi – dovrà scegliere se alzare il tono contro la “vecchia politica”, finendo per pagarne le conseguenze in parlamento (ricordiamoci che le europee non ne modificheranno gli assetti), oppure se pagare il fio elettorale per evitare di alzare troppo i toni della polemica politica.

Il fatto è che questo stesso schema – Grillo che sale, Renzi che scende – rischia di ripetersi per effetto delle notizie che arrivano dal fronte economico. Il calo della produzione industriale di marzo, che porta ad un miserabile +0,1% il risultato del trimestre, smentisce infatti tutte le previsioni, anche le più prudenti, andando a consolidare l’idea che, contrariamente a quanto detto dal governo, la ripresa è di là da venire. La qual cosa diventa un assist per Grillo e un boomerang per Renzi non tanto e non solo perché con questi dati non c’è che da attendersi un rialzo del pil modesto per il 2014 – non è un caso che l’Ocse abbia appena licenziato la previsione di una crescita di mezzo punto contro il +0,8% del governo (lo scarto è di oltre un terzo) – quanto perché non sarà difficile propinare all’opinione pubblica l’equazione “Renzi è uguale agli altri, promette ma non mantiene”.

Messaggio, questo, che non è solo sulla bocca dei pentastellari. Basti vedere le cronache del congresso della Cgil e la disputa che si è aperta – per la verità era già in atto, si è solo accentuata – tra Camusso, Landini e Renzi. Si tratta delle solite contorsioni ideologiche che – purtroppo per la sinistra e per l’Italia – non approdano a nulla di costruttivo e rischiano, in questo contesto, di portare acqua al mulino di chi fa della iper-semplificazione la sua arma. Per esempio, ha ragione Landini quando dice che se il sindacato non capisce che c’è una crisi della rappresentanza sociale anche per colpa dei suoi errori, finirà per fare la fine dei partiti. Ma ha torto quando suggerisce come rimedio la vecchia ricetta operaistica. Lo stesso leader della Fiom ha ragione quando dubita dei progetti industriali della Fiat e della buona fede di Marchionne – lo pensa che la Borsa, peraltro – ma ha torto nel momento in cui nega la necessità di un cambiamento radicale sia delle modalità di organizzare il lavoro sia di strutturare le relazioni sindacali. Il fatto che Marpionne (copyright Dagospia) non sia affidabile nulla toglie al fondamento di quanto egli rivendichi come necessario per rilanciare la produttività delle Fiat (e delle imprese in generale).

Allo stesso modo, ha ragione la Camusso ad osservare che in Italia è in atto quella che lei ha chiamato “una torsione democratica”. Ma ha torto a farla discendere dalla volontà di Renzi di stabilire un rapporto diretto con la società, saltando l’intermediazione delle parti sociali. I danni alla democrazia sono causati dallo spappolamento del sistema politico e istituzionale, il quale è generato dal populismo montante, da cui deriva il “non governo” del Paese. Renzi, del populismo, ne è certamente un interprete, ma non più di quanto lo sia la Camusso e in generale la sinistra sindacale. Tuttavia, consideriamo un male minore il populismo in salsa riformista di Renzi che quello espressione del conservatorismo di sinistra della Camusso. La leader della Cgil si adonta perché il segretario (ma non leader) del Pd non se la fila e per di più flirta (strumentalmente) con Landini? Lo stani con proposte di cambiamento, invece di rinchiudersi in una difesa, peraltro sempre meno possibile, dell’esistente, come ha fatto – spalleggiata dalle componenti “non renziane” del Pd – sulla riforma Poletti della riforma Fornero.

Di converso, ha ragione Renzi quando evoca la necessità di voltar pagina lasciandoci alle spalle vecchi riti come quella della concertazione, che si è sempre tradotta in una paralizzante sequenza di diritti di veto. Ma ha torto a pensare che il primato che la politica deve riconquistare equivalga alla sua autoreferenzialità e lo si acquisisca negando il valore della mediazione – la politica che altro è, se non composizione degli interessi e loro sintesi nell’alveo dell’interesse generale? – e punendo i corpi intermedi.

Insomma, la sensazione è che lo scontro in atto sulle politiche del lavoro – irrobustito dalle sortite di Renzi sullo strapotere sindacale, strumentali alle elezioni quanto si vuole ma fondate e paganti presso il popolo delle partite Iva, i Brambilla arrabbiati e la marea crescente dei “non garantiti”, e le contro-sortite della Camusso sul mondo cooperativo in chiave anti-Poletti – sia la risultante della guerra intestina al Pd e alle sinistre, sulle identità e sulle aree di influenza, più che una pur lacerante discussione di merito. Di cui, invece, ci sarebbe un bisogno estremo. Perché la guerra a sinistra e la rincorsa a chi è più populista privano il Paese di una capacità di analisi seria dei problemi e di una non meno ponderata batteria di risposte, fatte di scelte vere e non di annunci mediatici. Specie se i meccanismi di scomposizione della base sociale innescati dalla recessione e dalla diffusione della sfiducia dovessero procurare al Paese, come è molto probabile che sia, una torsione molto più grave di quella che già ha subito. Non vediamo l’ora che sia il 26 maggio e si cominci a fare sul serio.

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