7 Marzo 2021, domenica
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IL RISCHIO DELLE ELEZIONI EUROPEE È CHE SI CONSEGNINO A GRILLO LE CHIAVI DELLA POLITICA ITALIANA

Non sarà sfuggito che la modalità con cui Beppe Grillo ha strutturato la sua campagna elettorale per le europee corre su un doppio binario. Da un lato, quello scontato della polemica anti-euro, finalizzato ad intercettare tutti gli italiani – e sono un numero crescente, purtroppo – che non avendo dalla politica nostrana analisi serie su come stanno veramente le cose, e tanto meno risposte ai mille problemi quotidiani, rivolgono i loro motivi di delusione e rabbia verso l’Europa, immaginando che tutti i mali discendano da Bruxelles e Francoforte, o da Berlino se – come ama far credere Berlusconi, non meno guitto del comico genovese – si riconduce ogni scelta europea a quei “maledetti dei tedeschi”. Naturalmente le cose non stanno così, o meglio stanno anche così ma in contesto molto più complesso delle semplificazioni propagandistiche, ma soprattutto non sono quelle sbandierate dai populisti nostrani, di uscire dall’euro o di mandare a quel paese l’Europa e le sue regole (per quanto rigide e spesso stupide), le ricette giuste per uscire dai guai.

L’altro binario su cui si muove il capo dei pentastellati, invece, è quello dell’attacco frontale alla sinistra. Con un linguaggio e degli argomenti (si fa per dire) che non hanno nulla da invidiare all’anticomunismo che per due decenni ha sciorinato Berlusconi. I suoi blitz a Piombino e Siena, nei giorni scorsi, ne sono piena testimonianza, e fanno pensare che Grillo intenda tagliare la strada a Renzi nella corsa al recupero dei voti moderati e qualunquisti che Forza Italia, giocoforza, perderà per strada.

Niente di granché sofisticato, anche se rimane il dubbio che la tattica elettorale, per quanto rudimentale, sia davvero farina del sacco dell’arruffapopoli – il che lascia aperta la domanda sull’eventuale burattinaio e la sua nazionalità – non fosse altro perché si ha l’impressione che essa si collochi nel quadro di una strategia politica, questa sì, meno primitiva e più strutturata. Infatti, è evidente che al di là delle percentuali, il 25 sera i 5stelle saranno i veri vincitori delle tornata elettorale se avranno conquistato in modo inoppugnabile il secondo posto scalzando Forza Italia (ovviamente, non ne parliamo se dovessero battere il Pd, ma questa, per fortuna, resta un’ipotesi remota). Certo, non tutti i risultati saranno uguali: un conto è, per ipotesi, che il Pd prenda il 35% e i 5stelle il 25%, un altro che quei dieci punti di differenza si riducano alla metà o ancor meno. Ma in tutti i casi la conseguenza politica sarà la stessa: per Renzi sarà difficile, per non dire impossibile, tenere a bada tutte le fibrillazioni che pulsano dentro il suo partito, e in particolare nei gruppi parlamentari (che, contrariamente ai ruoli apicali nel Pd e al governo, non sono di sua espressione). Finora lo ha potuto fare minacciando ogni due per tre di andare alle elezioni anticipate, così da spaventare chi sa bene che non sarà ricandidato o comunque sarà messo in condizione di non essere rieletto. Ma dopo le europee, se Grillo avrà tallonato Renzi e ridimensionato Berlusconi, delle due l’una: o si farà la riforma denominata “italicum” (ma non si capisce perché Berlusconi dovrebbe prestarsi a farla passare), e in questo caso il meccanismo di conteggio dei voti, pensato sì per far vincere il primo ma anche per avvantaggiare il secondo (il miglior perdente), non consegnerebbe un quadro politico basato sul patto Renzi-Berlusconi che è la seconda gamba (oltre quella dell’alleanza di governo) su cui si tiene in piedi Renzi, bensì sull’impossibile diarchia Renzi-Grillo; oppure si terrà buona la norma uscita dalla decisione con cui la Corte Costituzionale ha cancellato il “porcellum”, cioè un proporzionale senza condizionamenti, e allora Renzi, che sulla base dei risultati delle europee in un’eventuale elezione anticipata uscirebbe primo ma privo del premio di maggioranza che gli consegni il pallino in mano, sarebbe costretto a fare un governo con Berlusconi (quello con Grillo lo esclude il comico), finendo con lo spaccare il Pd in modo irrimediabile.

Si dirà: basta che Renzi non vada alle elezioni. Certo. Facile a dirsi, meno a farsi. Perché il presidente del Consiglio, uscito indebolito, ancorché primo, dal voto del 25 maggio, e dovendo dimostrare che non c’era bluff elettorale nelle sue mosse di governo di questi mesi – anche questa, cosa non facile – si ritroverà stretto in una morsa politica da cui non sarà per nulla facile divincolarsi. Perché nel frattempo i parlamentari del Pd si sono accorti che non possono essere minacciati più di tanto, come dimostra il caso del “decreto lavoro”, in cui, al di là delle modifiche introdotte, è stata voluta e ottenuta la sconfitta politica del governo. Prove generali di quel che accadrà? Una cosa è certa: Renzi si è fatto più prudente e, su consiglio di Napolitano, più incline alla mediazione. Ma siamo solo all’inizio.

Certo, tutto dipenderà dal voto. Formalmente si voterà per l’Europa e l’euro – e mai come questa volta ce n’è bisogno – ma il vero risvolto delle elezioni sarà nazionale. E dunque, almeno una cosa si può far discendere dalle valutazioni che vi abbiamo proposto: il burattino Grillo è una sciagura. Che, però, non si esorcizza inseguendolo sul suo terreno: quanto a populismo non lo batte nessuno, ormai nemmeno più l’inceronato Berlusconi. Questo, Renzi, bisogna che cominci a metterselo bene in testa.

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