14 Giugno 2024, venerdì
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Tagli Irpef, pensionati discriminati con esenzione a 7.550€, dipendenti a 10.500

Il taglio Irpef annunciato da Matteo Renzi discrimina i pensionati e favorisce i lavoratori dipendenti. Luca Cifoni su Il Messaggero spiega che l’esenzione dall’imposta rimane fissata per i redditi previdenziali a partire dai 7.500 euro. Per i lavoratori dipendenti invece la soglia passa dagli attuali 8mila euro a redditi di 10.500 euro.
Cifoni scrive:
“er i lavoratori dipendenti senza carichi di famiglia – grazie al maxi-sconto voluto dal governo – dovrebbe salire a circa 10.500 euro, dagli attuali poco più di 8.000 attuali, mentre per i pensionati resterebbe fissata a 7.500 euro. In caso di familiari a carico la soglia sarebbe più alta ma comunque differenziata. E la penalizzazione tributaria per chi ha lasciato il lavoro proseguirebbe ai livelli di reddito superiore, attenuandosi via via solo in prossimità della soglia dei 55 mila euro di reddito”.
I calcoli, sottolinea Il Messaggero, restano approssimativi dato che non è ancora chiaro come sarà attuato lo sgravio di 1000 euro l’anno promesso:
“Già con il sistema attualmente in vigore l’imposta dovuta dai pensionati, a parità di imponibile, è leggermente più alta. Prendendo per buona una delle ipotesi che circola in queste ore, cioè che la detrazione riservata ai lavoratori dipendenti (e solo quella) venga fortemente aumentata, partendo da una base di 2.400 euro l’anno (invece degli attuali 1.880), la distanza si amplierebbe però in modo notevole, arrivando a 1.200-1.300 euro l’anno per un imponibile Irpef di 20.000-25.000. Ma già a quota 10.000 euro il divario sarebbe più che evidente, con il dipendente che non deve niente al fisco e il pensionato chiamato invece a versare 732 euro, oltre alle addizionali che scattano solo nel caso in cui il tributo nazionale non sia nullo”.
Se l’obiettivo è lo slancio all’economia, sottolinea Cifoni, i pensionati non dovrebbero essere discriminati:
“Ma la mossa annunciata mercoledì scorso dal presidente del Consiglio ha anche – e forse soprattutto – un’altra logica: quella di dare slancio ai consumi interni. E in questa chiave è meno logico distinguere tra contribuente e contribuente, a meno di supporre che il pensionato abbia una propensione al consumo minore di quella del lavoratore in attività”.
E la differenza di trattamento potrebbe pesare anche per chi arrivato in età di pensione dovesse decidere di lasciare il lavoro:
“L’elemento finanziario non è naturalmente l’unico preso in considerazione in questi casi, ma è un fatto che in particolare per i redditi medio-bassi lo schema Irpef delineato dal governo avrebbe l’effetto di ridurre di alcuni punti il tasso di sostituzione netto, ossia il rapporto tra l’ultima retribuzione percepita e il primo assegno previdenziale”.

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