26 Maggio 2024, domenica
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Italicum, il patto Renzi-Berlusconi regge, ma traballa

Il via libera di Montecitorio all’Italicum dovrebbe arrivare nel pomeriggio. “La camera può concludere stamattina l’esame degli emendamenti alla legge elettorale, ne sono rimasti circa 40, e arrivare nel pomeriggio al voto finale sul provvedimento” E’ questo il cronoprogramma indicato dal presidente della commissione Affari costituzionali e relatore del ddl, Francesco Paolo Sisto (Fi). Intanto poco fa l’aula di Montecitorio ha approvato l’emendamento della commissione Affari costituzionali che rappresenta l’impianto stesso dell’Italicum e di fatto recepisce il patto siglato tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Ovvero la soglia di sbarramento al 37% per ottenere il premio di maggioranza; la soglia del 4,5% di ingresso per i partiti in coalizione; la soglia dell’8% per i partiti non coalizzati e la soglia del 12% per le coalizioni. Inoltre, fissa al 15% il premio di maggioranza. Introduce il criterio del doppio turno di ballottaggio per le due coalizioni (o partiti) che ottengono piu’ voti ma non arrivano ne’ superano la soglia del 37%. Infine, stabilisce i quozienti da utilizzare, ossia i criteri – attraverso degli algoritmi – per la ripartizione dei seggi e i criteri per i cosiddetti resti. Il cuore della legge elettorale è passato alla Camera con 315 si’ e 237 no, con uno scarto, dunque, di 78 voti. L’Aula della Camera ha bocciato anche l’emendamento al testo dell’Italicum che mira ad introdurre le preferenze. L’emendamento, a prima firma La Russa, era stato precedentemente accantonato. Governo e commissione hanno dato parere contrario. Già nella seduta notturna di giovedì scorso, l’assemblea di Montecitorio aveva bocciato alcuni emendamenti sulle preferenze. Anche questo voto, dopo quello sulle soglie e sui premi, conferma la tenuta del patto politico tra Renzi e Berlusconi, che non prevede le preferenze ma le liste bloccate con collegi plurinominali, la maggioranza politica che sostiene l’Italicum traballa e evita il passo falso per soli 35 voti. I voti favorevoli all’emendamento sulle preferenze, infatti, sono stati infatti 264 contro i 299 contrari.
Tiene, dunque, l’intesa sulla legge elettorale, seppure minata dalla sfilza di no con la quale l’aula ha affossato la battaglia delle parlamentari vestite di bianco sulle quote rosa. Decisamente un problema per Renzi nelle vesti di premier e di segretario del Pd. Tanto che in mattina ha riunito i deputati al Pd per un’assemblea in vista del voto finale sulla legge elettorale. Roberta Agostini, che aveva presentato l’emendamento sulle quote rosa, entrando ha affermato che si deve “fare chiarezza” sul voto di ieri sera che ha visto franchi tiratori nelle fila dei democratici e ha annunciato che chiedera’ che “la legge venga cambiata al Senato almeno su questo punto”. (Sul sito altro articolo sull’assemblea dei parlamenti del Pd).

La vicenda delle quote di genere da inserire nell’Italicum aveva agitato ancora di più una giornata già ad alta tensione, conclusasi in serata quando l’aula della camera ha bocciato i tre emendamenti sui quali i parlamentari si sono espressi con voto segreto. Il primo a cadere è stata la prima parte del primo emendamento bipartisan sulle quote rosa che prevedeva l’obbligo di alternanza di genere (un uomo e una donna) nella composizione delle liste. L’emendamento è stato votato per parti separate. L’emendamento per l’alternanza di genere nelle liste elettorali è stato bocciato a scrutinio segreto con 335 no e 227 sì. Segno che i due partiti principali che sostengono l’Italicum, Pd e Forza Italia, si sono spaccati sulle quote rosa. Il numero dei sì, sebbene il voto segreto renda impossibile verificare esattamente come hanno votato nel complesso i vari gruppi, è comunque inferiore al numero dei deputati del Pd, pari a 293 deputati. E, infatti, è arrivato un twitter del deputato Pd, Dario Ginefra: «Il voto di numerosi colleghi è stato contrario alla norma prevista dallo Statuto del Pd che afferma la rappresentanza paritaria». Ancora più severa l’accusa di Sandra Zampa, del Pd: «Mancano i nostri voti. Lo dicono i numeri». Poco dopo, sempre a scrutinio segreto, è arrivata anche la bocciatura del secondo emendamento bipartisan. L’emendamento prevedeva una parità di genere al 50% per i capilista. E qui i numeri dei deputati contrari alla parità di genere sono saliti. Il secondo emendamento, infatti, è stato bocciato con 344 voti contrari (214 i voti a favore), rispetto ai 335 nella votazione relativa al primo emendamento sulla parità di genere. Infine, sempre a scrutinio segreto, bocciato anche l’ultimo dei tre emendamenti trasversali sulla parità di genere che prevedeva una percentuale di 60 a 40 sui capilista. Era su questo emendamento che puntavano le deputate del Pd e di Forza Italia, schierate in maniera bipartisan a favore delle quote rosa. Governo e commissione si erano rimessi all’aula. Forza Italia nel corso della giornata aveva fatto sapere, sempre tramite Sisto, di essere assolutamente contraria all’introduzione per legge delle quote di genere, che secondo il parere del presidente della commissione Affari costituzionali della camera rischiano di essere appunto illegittime secondo la Carta fondamentale delle Repubblica Italiana. Ma il movimento trasversale di molte deputate e l’annuncio che comunque molte parlamentari, nel caso in cui Italicum non sia modificato con un emendamento che preveda espressamente le quote di genere, avrebbero votato contro, aveva convinto il governo a lasciare libertà di coscienza, rimettendosi all’Aula. Sui medesimi emendamenti i capigruppo di Pd, FI, Ncd e Sc, avevano convenuto di lasciare libertà di voto in Aula».

Le parlamentari non ci stanno

Al termine delle votazioni, a bocciatura ufficializzata, le parlamentari non ce l’hanno fatta a trattenere la delusione per quanto avvenuto. “Il gruppo non ha rispettato l’accordo”, si sono lamentare in Transatlantico. Le parlamentari Dem hanno chiesto al capogruppo, Roberto Speranza, una riunione del gruppo, puntano a far mancare il numero legale al momento della votazione finale. Una delusione contagiosa. Contrariata, infatti, è apparsa anche Laura Boldrini: «Come presidente della Camera rispetto il voto dell’Aula sugli emendamenti riguardanti la parità di genere. Ciò nonostante non posso negare la mia profonda amarezza perché una grande opportunità è stata persa, a detrimento di tutto il Paese e della democrazia». «Una triste pagina per il Parlamento», ha commentato la vice presidente della Camera, Marina Sereni (Pd). Lo sfogo più diretto è giunto da Rosy Bindi, che ha fatto un esplicito riferimento ai franchi tiratori che affossarono la candidatura di Romano Prodi al Quirinale.

Insomma, il Pd spaccato sulle quote rosa, su una partita più difficile come quella della riforma elettorale, rischia di essere un problema. Lo sa bene Renzi che ieri sera è dovuto intervenire. “Il Pd rispetta il voto del Parlamento sulla parità di genere. Ma rispetta anche l’impegno sancito dalla direzione su proposta del segretario: nelle liste democratiche l’alternanza sarà assicurata. Ho sempre mantenuto la parità di genere. Non intendo smettere adesso”, ha scritto su Facebook il premier e segretario Pd. “Ho mantenuto la parità di genere da presidente della Provincia, da Sindaco, da Segretario, da Presidente del consiglio dei ministri. Non intendo smettere adesso”, ha aggiunto, ribadendo poi il concetto su Twitter: “Il Pd rispetta il voto del Parlamento sulla parità di genere, ma anche l’impegno della direzione Pd: nelle liste l’alternanza sarà assicurata”.

Collegi, delega al governo

L’altra novità della giornata era stata rappresentato dalla delega al governo per le definizione del collegi plurinominali. L’accordo prevede che i collegi non possono essere inferiori a 120. «L’intesa è stato raggiunta in zona Cesarini», ha confermato in aula il relatore alla legge elettorale Francesco Paolo Sisto. La riformulazione dell’emendamento prevede ora solo un tetto massimo dei collegi, ma lascia invariati i 25 giorni di tempo assegnati al governo per disegnare i collegi. Risolto il problema del numero dei collegi e quindi della delega al governo, erano rimasti in piedi tutte le altre questioni, a partire dalla distribuzione dei seggi al salva-Lega fino alle candidature multiple. In serata, alla ripresa dei lavori dell’aula, la presidente della Camera annunciava il ritiro dei due emendamenti cosiddetti «salva-Lega». Raggiunto l’accordo tra Pd, Ncd e Forza Italia sulla possibilità di multicandidature (che erano state abolite nel testo originario dell’Italicum): al massimo ve ne potranno essere otto.

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