22 Giugno 2024, sabato
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A Roma per uscire dal pantano libico

A circa due anni e mezzo dalla Dichiarazione di Liberazione della Libia (23 ottobre 2011) questo paese appare sempre più nell’impasse: la tensione fra le varie forze rivoluzionarie e l’elite conservatrice – che si è rigenerata nel partito dell’Alleanza delle forze nazionali e ha preso le redini del governo con Ali Zeidan – si traduce in scontri e conflitti che impediscono alla Libia di andare verso una qualsiasi normalizzazione.

D’altra parte, sia le forze rivoluzionarie sia quelle conservatrici sono estremamente frammentate e diversificate, per cui la tensione centrale che attraversa il paese difficilmente può tradursi in uno scontro risolutivo come pure in un compromesso fra i due schieramenti a livello nazionale.

Assemblea costituente
La cronaca degli ultimi dieci giorni testimonia un acuirsi delle tensioni in Libia. Da una parte, quasi inosservate a livello internazionale, si sono svolte le elezioni della Commissione per la redazione della Costituzione che si sono palesate un fiasco: vi hanno partecipato circa 500 mila elettori su 3,4 milioni di aventi diritto. Dall’altra, le milizie della città di Zintan, vicine all’Alleanza delle forze nazionali, hanno intimato al Congresso nazionale generale di sciogliersi, accusandolo di inettitudine e di essere dominato dal partito del Fratelli Musulmani.

A fronte di questi sviluppi, le milizie di Misurata hanno annunciato un loro intervento in appoggio ai Fratelli e al Congresso. Mentre scriviamo, le milizie di Zintan sono accampate nei pressi dell’edificio del Congresso a Tripoli e con una sparatoria hanno persuaso i deputati a svuotare il Congresso.

La Commissione elettorale nazionale ha espresso l’intenzione di tenere un secondo round per l’elezione della Commissione costituzionale, ma si tratterebbe di una mossa che potrebbe aggravare la situazione, poiché né la Commissione né il governo sono in grado di porre rimedio ai fattori che hanno portato al risultato elettorale che si è avuto. Questi fattori, d’altra parte, sono gli stessi che oggi portano a sviluppi come quello dell’ultimatum di Zintan al Congresso.

Il risultato delle elezioni per la Commissione destinata a redigere il progetto della Costituzione dice che, nel quadro della profonda evoluzione degli ultimi due anni, le forze politiche rivoluzionarie (l’autonomismo cirenaico, le città rivoluzionarie con le loro milizie, gli islamisti, ecc.) hanno boicottato le elezioni o commesso violenze onde impedirne lo svolgimento (gli islamisti radicali e le minoranze berbere, tabù e tuareg) perché hanno ormai cambiato agenda rispetto al percorso espresso dalla Dichiarazione costituzionale del lontano agosto 2011 e all’emendamento apportatole nell’aprile 2013.

Queste varie forze non credono più che il percorso costituzionale originario possa includere le loro rivendicazioni o renderle compatibili con quelle di altre forze , in particolare delle forze conservatrici oggi al governo. Di qui anche la richiesta, che viene ormai da più parti, di sciogliere le istituzioni che l’originario percorso costituzionale aveva configurato, a cominciare dal Congresso nazionale generale.

Frammentazione pericolosa
Si va verso uno scontro civile più largo? La frammentazione che perdura alla base di tanti tumultuosi rivolgimenti non sembra consentirlo. Ci troviamo di fronte a una turbolenza che potrebbe stabilizzarsi come tale e installare in mezzo al Nord Africa e fra l’Europa e l’Africa a sud del Sahara un complesso di micro conflitti e di instabilità permanente con relative tracimazioni.

Le diverse azioni intraprese sul piano bilaterale, multinazionale e internazionale nel tentativo di fare uscire la Libia dall’impasse in cui si trova non sembrano adatte alla bisogna oppure hanno tempi troppo lunghi per poter aver un impatto sul processo in corso.

Le politiche esterne sembrano seguire due criteri opposti: da un lato, appoggiano l’attuale governo centrale (per esempio, Usa, Francia, Regno Unito e Italia hanno iniziato ad addestrare fuori del territorio libico una forza militare di circa 15-20 mila uomini da porre al servizio del governo e metterlo in grado di mantenere l’ordine nel paese); dall’altro, puntano sulla razionalizzazione del confuso decentramento che di fatto regna nel paese onde risalire da questa razionalizzazione a una nuova seppur diversa unità nazionale (l’appoggio al – debolissimo – dialogo nazionale da parte della United Nations Support Mission in Libya, Unsimil, sostenuto in vario modo e misura da alcuni paesi).

In questo quadro non è chiaro a chi si rivolgano o possano concretamente rivolgersi i programmi di assistenza in tema di giustizia della transizione (la giurisdizione corrente; la soddisfazione e la conciliazione per le ingiustizie del passato; la legge nazionale sull’epurazione) che molti paesi stanno cercando di sostenere: occorre sostenere il governo centrale oppure lavorare a livello delle variegate comunità che oggi di fatto esistono in Libia?

Sostegno internazionale
Non è semplice decidere che cosa fare. Un modo di facilitare le cose potrebbe essere una maggiore strutturazione e coesione del sostegno internazionale, cioè un’organizzazione che vada ben oltre l’attuale gruppo degli Amici della Libia, forse una sorta di Gruppo di contatto permanente.

La conferenza degli Amici della Libia che si terrà a Roma il 6 marzo prossimo potrebbe essere un’occasione. Il punto centrale sta nel governo Zeidan, che tutti i paesi occidentali appoggiano senza considerare che esso è un governo conservatore che non è politicamente in grado di presentare al paese un programma di mediazione e compromesso e che, come che sia, non ha neppure provato a farlo: si esercita in inutili mediazioni spot senza avere un disegno strategico. Una maggiore e informata pressione sul questo governo da parte di un forte Gruppo di contatto internazionale potrebbe essere utile.

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