19 Giugno 2024, mercoledì
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Scuole che cadono a pezzi, prof sottopagati. Con Renzi cambierà qualcosa?

Avremo scuole più belle, con le aule imbiancate di fresco, soffitti che non crollano, e insegnati pagati meglio? Matteo Renzi ha speso diverse pagine dei suoi libri per ricordare quanto lui creda nella scuola come strumento di crescita di un Paese. Come sindaco di Firenze, si vanta di avere dedicato ogni martedì per visitare a rotazione le scuole della città. E la cosa che più gli è dispiaciuta è di avere toccato ogni volta con mano quanto gli edifici scolastici siano malridotti e fatiscenti, bisognosi più che mai di manutenzione, ma condannati a deperimento ulteriore per mancanza di fondi pubblici. Quanto agli insegnanti, non ha mai dovuto muovere un passo per sapere che sono pagati poco e male: sua moglie Agnese è una insegnante precaria di lettere, e guadagna 1.200 euro al mese. Anche per questo, è molto probabile che  nella stesura  del programma di governo Renzi si guarderà bene dal fare un copia-incolla dell’alluvione di  ricette economiche che gli vengono suggerite da più parti (un esempio per tutti, l’editoriale di Alberto Alesina e Francesco  Giavazzi sul Corsera di ieri), e farà di testa sua, mettendo la scuola tra i primissimi interventi. Vale a dire: subito qualche miliardo di euro da investire nella manutenzione  degli edifici scolastici, con una ricaduta positiva sia sulla ripresa che sul pil, e a seguire un cambio di rotta graduale anche sul fronte delle retribuzioni. A fargli da bussola su questo secondo punto, oltre allo stipendio della moglie Agnese, è arrivato l’ultimo studio dell’economista Roberto Perotti, bocconiano, che da mesi coordina un gruppo di studio sulla spesa pubblica su incarico di Renzi. Dopo essersi dedicato agli stipendi d’oro degli ambasciatori, dei super-burocrati e dei manager delle aziende pubbliche, Perotti ha messo sotto la lente due categorie del pubblico impiego, gli insegnanti ed i vigili del fuoco, e confrontato le loro retribuzioni con quelle dei loro colleghi inglesi. Il risultato della ricerca, pubblicato appena due giorni fa sul sito lavoce.info, ha scatenato un autentico putiferio di commenti, soprattutto da parte degli insegnanti.  Ma andiamo con ordine. Per Perotti, i privilegi scandalosi di cui godono i vertici della pubblica amministrazione non valgono per i livelli più bassi. Anzi, i due casi da lui studiati, insegnanti e vigili del fuoco, dimostrano il contrario. E poiché gli insegnanti sono circa un milione, l’economista ne deduce che lo Stato italiano dà «tanto a pochi, e poco a tanti». Qualche esempio. Un insegnante delle scuole primarie ha uno stipendio tabellare di 21.447 euro lordi l’anno, che salgono a 24.849 sommando le indennità e le spese accessorie. Si tratta di una retribuzione annua inferiore al pil pro capite, precisa la ricerca: lo 0,97%. Un insegnante di pari grado inglese guadagna di più: 37.400 euro l’anno, pari all’1,27% del pil pro capite britannico. Anche per un insegnante delle scuole superiori la musica cambia di poco: stipendio base di 23.471 euro, che sale a 28.547 con le indennità accessorie, pari all’1,12% del pil pro capite. Il pari grado inglese sta certamente meglio: guadagna 41.930 euro l’anno, pari all’1,42% del pil pro capite. Gli unici ad avere una retribuzione decente sono i dirigenti scolastici, che sommando stipendio tabellare e indennità accessorie arrivano a 66.963 euro l’anno, pari al 2,62% del pil pro capite. In questo caso è il dirigente scolastico inglese a guadagnare qualcosa di meno nelle primarie (60.282 euro), e qualcosa di più nelle secondarie (70.735 euro), pari rispettivamente al 2,05 e al 2,40% del pil pro capite. «Una parte del differenziale potrebbe essere spiegata con il fatto che gli insegnanti britannici, al contrario di quelli italiani, sono sottoposti a valutazione e hanno un orario contrattuale maggiore» spiega Perotti. Ma ciò non toglie – è la conclusione – che nel pubblico impiego italiano persista una disparità eccessiva tra i pochi che al vertice prendono tanto, mentre i tanti che stanno alla base guadagnano poco. Benché la ricerca di Perotti dia ragione alle lamentele sollevate dagli insegnanti negli ultimi anni, il sito lavoce.info ha ricevuto, in poche ore, una quantità di commenti critici come non si era mai visto. Due esempi per tutti. C’è chi considera sbagliato il confronto con gli insegnanti inglesi, poiché in Inghilterra è molto diffusa la scuola privata. Se il paragone fosse stato compiuto con i colleghi francesi e tedeschi, allora sì che si sarebbe toccato con mano che l’Italia ha gli insegnanti pagati peggio in Europa. «In Francia un collega che abbia la mia stessa qualifica di docente liceale e la stessa anzianità di servizio, con tre ore in meno alla settimana di orario e molte pause di due settimane durante l’anno scolastico, guadagna 1.600 euro più di me» scrive Giuseppe Farinetti, 57 anni,  30 anni di servizio e 1.740 euro netti al mese. In Baviera, aggiunge, un insegnante di liceo prende ancora di più del collega francese. Senza contare, poi, che in Italia gli stipendi pubblici sono bloccati dal 2008.  All’opposto, c’è chi continua a considerare gli insegnanti dei privilegiati: «La disistime degli italiani verso gli insegnanti è originata in gran parte dal loro atteggiamento vittimistico» scrive Massimo Gandini. «La domanda per entrare nella scuola supera in modo incommensurabile l’offerta, se fosse questo mondo infernale non sarebbe così. Io ho lavorato per 20 anni con un ingegnere che era anche insegnante di scuola secondaria, come insegnante era talmente impegnato che poteva svolgere anche (male) un altro lavoro. Tutti gli ingegneri che lavorano nella scuola hanno anche uno studio dove lavorano al pomeriggio, posso assicurare che il lavoro di insegnanti non li ha mai uccisi dalla fatica». Al di là dei pro e dei contro, resta il fatto che la scuola, a scapito del suo ruolo strategico,  è un nervo scoperto da troppo tempo. Che Renzi abbia deciso di iniziare da qui il cambiamento, sembra una buona idea, anche se resta da vedere come lo farà in concreto.

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