28 Novembre 2022, lunedì
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Luca Goldoni: Italia senza freni a disco né a tamburo

Ha raccontato con decine di libri (più di tre milioni di copie vendute) e racconta ancora con i giornali con cui collabora, i tic, le ossessioni, i vizi degli Italiani. Eppure Luca Goldoni, classe 1928 anche se pare un ragazzino, parmense, scrittore e giornalista, ammette di guardare a questa fase politica con una punta di sconcerto: «Ormai mi aspetto che Fabio Fazio annunzi sul palco dell’Ariston qualche comunicazione sulle consultazioni o che ci sia una coda dello streaming con Matteo Renzi e Beppe Grillo».
Domanda. A proposito di Grillo. In molti dicono che il duello con Renzi l’abbia vinto.
Risposta. Io su Grillo mi sono fatto una certa idea.
D. Ce la dica, allora.
R. Lui era sceso in politica, qualche anno fa, al tempo dei vaffa-day, convinto di raccogliere un po’ di consenso, diciamo un drappellone di persone, ma non di trovarsi sommerso, quasi annegato da uno tsnunami di voti.
D. Dice che ne è rimasto spiazzato?
R. Massì, mi ricorda una cosa che ho fatto da ragazzo quando, con un gruppo di amici, decidemmo di costruire un galeone di quelli in scatola, ha presente?
D. Certo, quelli in tanti pezzi in miniatura….
R. Bellissimo: c’erano le colubrine, le vetrate addirittura, c’erano le velature: noi, con pazienza, ci mettemmo lì, con la colla, a tirarlo su. Quando, dopo tre mesi, lo finimmo, risultò stupendo. Era magnifico, sarà stato un metro…
D. E che successe?
R. Che quando lo portammo in uno stagno, vicino casa, ci accorgemmo che andava a fondo, lo salvammo per un pelo. Non era stagno! Stava solo su una mensola. Ecco Grillo…
D. Grillo?
R. Grillo s’è accorto che quello che ha messo in piedi, che il suo galeone insomma non può galleggiare: lui non è preparato, i suoi deputati non lo sono. Intendo preparazione politica, finanziaria, economica. E il giocattolo non funziona. E allora ha deciso di romper tutto.
D. C’è anche Gianroberto Caseleggio però, non è solo… R. Sì, certo. Quando penso a lui mi viene in mente l’Unione sovietica. D. In che senso?
R. Nel senso che nei suoi rari discorsi, si sente aleggiare questa idea che si possa forgiare l’uomo nuovo, come si voleva fare in Urss. E, quando ci penso, non posso far a meno di ricordare un episodio curioso che, se vuole, le racconto…
D. Siamo qui per questo…
R. Ecco, era il 1961, il primo viaggio che feci là. Ero su un taxi quando, improvvisamente, cominciò a piovere. Il tassista allora fermò subito la macchina, scese, aprì il bagagliaio, ne trasse due tergicristalli e li andò rapidamente a posizionare. Quando si rimise alla guida, non potei frenare la curiosità…
D. E che cosa chiese?
R. C’era l’interprete con me e domandai perché non li lasciasse su, al loro posto…
D. Che risposta ebbe?
R. Che li rubavano. Capisce? Dopo decenni di comunismo, di educazione alla proprietà collettiva, quello era il risultato: rubavano le spazzole dei tergicristalli. Ecco, magari Casaleggio ci legge, se pensa di fare l’uomo nuovo, lo tenga a mente.
D. Anche da noi è così?
R. Certo, mica siamo immuni. L’altro ieri ero in ufficio da un persona che per mezz’ora mi ha intrattenuto sullo «schifo di questa Italia in cui tutti rubano». Poi, quando mi sono reso conto di aver lasciato il cellulare e di dover fare una telefonata, il mio ospite mi offerto il telefono d’ufficio.
D. E lei?
R. Ho declinato: gli ho detto che dovevo chiamare un tizio su un cellulare e e starci un bel po’ e che sarebbe stata una spesa. E lui sa cosa mi ha risposto?
D. Ce lo dica…
R. Di non preoccuparmi, che tutto sarebbe andato nel calderone delle spese di quell’azienda. Mi ha commosso: si comportava esattamente come quelli che censurava un attimo prima e non se ne stava accorgendo. Siamo un Paese così, senza freni a disco, né a tamburo.
D. Dunque, i grillini vogliono fare l’uomo nuovo e non capiscono di che pasta sia fatta l’umanità. Dall’altra parte c’è Renzi. Che ne pensa?
R. Renzi è un incendiario che s’è dovuto mettere a fare il pompiere, nel senso che lì, durante lo streaming, se non avesse avuto la necessità di mantere un contegno, come presidente incaricato, gli avrebbe risposto per le rime. E avrebbe vinto, per ché è più acuto.
D. La convince, come personaggio politico?
R. È fra quelli che non mi dispiace, l’ammetto. Credo nella sua candida e incasinata ingenuità, che cozza contro la realtà, contro le burocrazie.
D. Sarà una delle sue battaglie, sembra, quella contro le burocrazie.
R. E fa bene. È uno dei mali di questo Paese. In Italia si blocca tutto: se si fa una buona legge, stia sicuro che i burocrati riusciranno a impantanare i decreti attuativi.
D. Che cosa la indigna oggi?
R. Che malgrado la crisi ci sia chi continua a rubare. Non passa giorno che ne abbiamo notizia. Se la cavano patteggiando. Invece credo che farlo oggi, in queste condizioni, sia un aggravante. Un po’ come rubare fra le macerie dopo un terremoto: in alcuni Paesi applicano la legge marziale, li passano per le armi subito.
D. Ce la faremo, Goldoni?
R. Siamo sempre stai un popolo così: anche nei momenti peggiori, abbiamo saputo tirar fuori qualche risorsa, siamo riusciti ad avere qualche scatto. Abbiamo avuto vent’anni di berlusconismo, inteso come furbizia, come «ma perché pagare le tasse? Che ti frega?». È stato un virus che s’è insinuato e siamo diventati più cinici. Ce la faremo? Chissà.

Lo salutiamo chiedendogli di Sanremo, con cui aveva iniziato la chicchierata. «Un esempio del Paese senza freni che le dicevo prima», s’arrabbia, «altrove sarebbe durato, due, tre, poniamo quattro giorni. Da noi, ci siamo dentro da settimane. Con mia moglie a volte guardavamo l’Italia in diretta: ci sono fatti di costume, a volte è interessante. Niente: c’è il Festival. Han sequestrato tutto».

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