23 Febbraio 2024, venerdì
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Tosi impallinato politicamente

Qualche osservatore della politica veneta ieri, di buon ora, ha sentenziato via Twitter la fine del «modello Verona» e pronosticato un ridimensionamento delle ambizioni del sindaco post-leghista Flavio Tosi. La chiosa accompagnava la notizia dell’arresto in carcere dell’ex-vicesindaco scaligero, Vito Giacino, e di sua moglie ai domiciliari. La vicenda rappresenta l’improvvisa accelerazione di un’inchiesta per corruzione, avviata nel novembre scorso, e che aveva portato Giacino, a dimettersi da vice di Tosi in comune ed assessore all’edilizia. Giacino non è però un politico qualsiasi ma il leader del Pdl veronese che, due anni fa, abbandonò il partito del predellino, di cui aveva guidato i giovani per il Veneto, per entrare nella Lista civica di Tosi, seguito da un nutrito gruppo di amministratori locali. Una sorta di diaspora che era seguita alla lotta senza quartiere intrapresa da Alberto e Massimo Giorgetti, i fratelli ex-An, il primo sottosegretario di B. il secondo assessore di Luca Zaia, veronesi entrambi, contro lo stesso Tosi. Una battaglia politica che mirava inizialmente a sottrarre il municipio al leghista, ma che poi era trascesa a livello personale, facendo sponda sull’ala bossiana del Carroccio veneto. Quest’ultima, capitanata dal sindaco trevigiano e segretario regionale Gian Paolo Gobbo, vedeva infatti l’autonomismo tosiano come fumo negli occhi. Quando i Giorgetti, alleandosi con l’ex-ministro Aldo Brancher, veronese, avevano cercato di utilizzare alcune critiche tosiane all’allora premier B. per creare una frattura politica definitiva, erano stati proprio i pidiellini in giunta comunale, Giacino in testa, a ribellarsi. Il passaggio in forze alla Lista del sindaco era apparso coerente. Nel maggio 2012 le insegne tosiane avevano poi prosciugato l’elettorato berlusconiano, riducendo il Pdl a partitucolo da 6mila voti. Alla lista del sindaco erano andati 45mila voti (17 seggi) e il vice-Tosi ne aveva portati quasi uno su 10, risultando il più votato con 4.107 preferenze. Un successo personale azzerato dagli avvisi di garanzia. Tosi aveva cercato di difendere il numero due, parlando di «linciaggio» ed elogiandone le dimissioni istantanee. Con l’arresto di ieri, però le cose si complicano. Certo la fine del modello veronese è stata annunciata con un po’ troppo anticipo, anche se la vicenda giudiziaria di un personaggio di spicco come l’ex-forzista è destinata a pesare, per quanto Tosi sia del tutto estraneo ai fatti addebitati a Giacino. Tosi ha lanciato una sua fondazione è s’è candidato alle eventuali primarie di centrodestra, col bene placito della Lega, anche se con Matteo Salvini sono emerse posizioni diverse in materia di euro. Non solo, per le europee di maggio si parlava di un accordo fra la Lista Tosi e il Ncd e di trattative avviate con Gaetano Quagliariello. Ora dei guai della Lista Tosi, si faranno forti gli ultimi bossiani veneti, quelli che il sindaco, contemporaneamente segretario regionale del partito, aveva messo in un angolo. Loro, che avevano subito il nuovismo di Roberto Maroni, alleato di Tosi, quando sulla Lega s’era abbattuta l’inchiesta sul finanziamento pubblico, loro, trattati come reietti, con le ramazze agitate da chi aveva defenestrato il Senatur, da oggi cominceranno a picchiare dialetticamente sui tosiani. Riprenderanno idealmente la contestazione che avevano inscenato un anno fa, proprio contro Tosi, in quel di Pontida (Bergamo), fischiandone l’intervento. Non parlerà, probabilmente, anche per il ruolo che riveste, ma pure Zaia non si dispererà certo per le ricadute politiche della vicenda veronese: quel modello, che va oltre la Lega per aggregare i moderati, poteva abbattersi di schianto sulla sua ricandidatura alle regionali dell’anno prossimo. Ora il nome che il Carroccio farà al centrodestra veneto per le prossime regionali sarà uno solo: il suo.

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