22 Febbraio 2024, giovedì
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Finte società, mazzette vere, ecco il sistema per incassarle

Apre uno scenario impressionante l’inchiesta «Do ut des», che ha portato quattro persone agli arresti domiciliari. Il filone è quello della ricostruzione post terremoto, una ferita sempre aperta per la città dell’Aquila, in mano a faccendieri senza scrupoli che già la notte del 6 aprile del 2009 ridevano di gusto. Altri, a quanto sembrerebbe, hanno iniziato a ridere subito dopo, secondo il teorema disegnato dalla Procura che indaga per molteplici episodi di corruzione in appalti pubblici e privati. Ai domiciliari sono finiti Pierluigi Tancredi, ex assessore, ex consigliere, ex presidente di enti e aziende municipalizzate, un ex che nonostante la sua apparente distanza dalla politica attuale continua a intrattenere discreti rapporti con l’establishment comunale, e non solo con quello aquilano; Daniela Sibilla, sua storica collaboratrice; l’assessore Vladimiro Placidi, ex presidente del consorzio per i beni culturali, e Pasquale Macera, socio di fatto di Sibilla e Tancredi. Il sistema descritto dagli investigatori è scientifico, agghiacciante nella sua lucidità. La Procura disegna un giro vorticoso di denaro attraverso società create ad hoc, nel quale gli imprenditori indagati raccontano sì di «bustarelle» nascoste nella classica valigetta, ma anche di come la tangente sia cambiata, evolvendosi sulla scorta delle norme sulla tracciabilità del denaro. Secondo la Procura adesso la mazzetta viaggia sotto le mentite spoglie del compenso per prestazione professionale, e viene regolarmente fatturata, calcolata al netto dell’Iva. Tutto ha inizio quando, nel 2009, per far fronte all’emergenza di garantire una sistemazione alle popolazioni colpite dal sisma, vengono individuate le aree nelle quali realizzare i moduli abitativi e le opere di urbanizzazione. Il Comune, contestualmente, decide di intervenire nel centro storico con opere di puntellamento, per evitare altri crolli. È su questo doppio binario che si snoda tutta l’inchiesta. «Verso ottobre 2009 – racconta Daniele Lago, legale rapresentante della Steda, la società che si è aggiudicata l’appalto per la realizzazione dei Map nel cratere sismico – mi rendevo conto che Tancredi mi portava a conoscere imprese e chiedeva rimborsi spese e percentuali sugli appalti che avrebbe dovuto procurarmi. Io ragionavo sul fatto che forse sarebbe stato meglio pagare delle somme in favore di una persona che conosceva il territorio e vantava amicizie, piuttosto che un dirigente della Steda in trasferta all’Aquila. Nei ragionamenti con Tancredi si affermava l’importanza di disporre di imprese con sede all’Aquila. Verso la fine dell’anno 2009 abbiamo stabilizzato i rapporti con Tancredi. Su sua indicazione, al fine di giustificare il passaggio di denaro, sono a conoscenza del fatto che è stata creata la società Da.Ma Consulting srl, laddove Da sta per Daniela, e Ma per Macera, a indicare la loro partecipazione nella società. Il regista, però, era Tancredi». L’accordo, secondo gli investigatori, era stato perfezionato prima verbalmente, poi addirittura con la stipula di un contratto, che reca la data del dicembre 2009. Il tariffario inserito nel contratto prevedeva il pagamento di un fisso mensile di 7200 euro, di cui 1200 a titolo di Iva, un compenso del 7% per lavori fino a mezzo milione di euro, del 3% per lavori fra i cinque e i dieci milioni di euro. Anche le modalità di pagamento erano state concordate; il fisso si doveva pagare ogni mese, un acconto del 20% alla firma del pre-contratto fra la Steda e il committente privato, il 30% al riconoscimento del contributo da parte del Comune, il saldo all’erogazione del contributo per il pagamento del primo stato di avanzamento dei lavori. A spiegare il meccanismo è stato Agostino Marcon, dipendente della Steda. «Ricordo che più di una volta mi ha chiesto (il riferimento è a Tancredi) di portargli, ogni volta che scendevo all’Aquila, diecimila euro ovviamente a nero così da scalare di volta in volta la somma pattuita con Daniele Lago. La richiesta di Tancredi di ottenere delle somme in nero era però difficilmente attuabile, perché non avevamo riserve a nero, e quindi gli venne detto che solo fatturando a una ditta avremmo potuto procedere al pagamento. Ricordo che Daniele Lago gli disse di fargli sapere a chi dovevamo fatturare e avrebbe pagato. Effettuammo dei pagamenti in favore della Da.Ma. Consulting srl, che ho personalmente percepito come la società di copertura di Pierluigi Tancredi». Secondo il teorema della Procura, dunque, sarebbe assolutamente fittizia la natura del contratto che la Steda stipulò con la Dama, società creata al solo scopo di consentire il trasferimento di denaro ottenuto quale contropartita per l’appalto legato al puntellamento di Palazzo Carli. Tutto questo, secondo le risultanze investigative alle quali è giunta la Squadra Mobile dell’Aquila, diretta dal vice questore Maurilio Grasso, e condivise dal Gip Giuseppe Romano Gargarella, emergerebbe anche dalla consequenzialità dei contratti stipulati dalla Steda con la Da.Ma e con la Pro.Ges srl, società riconducibile a Vladimiro Placidi, anch’essa creata ad arte con gli stessi obiettivi della Da.Ma. Gli obiettivi delle due società, secondo la Procura, sono chiari. Nel contratto stipulato con la Steda la Da.Ma figura come procacciatrice di affari. Le due società sono vincolate da un diritto di esclusiva. Nel contratto, della durata di un anno, è previsto un compenso mensile di seimila euro. Il trasferimento del denaro avviene con l’emissione di fatture commerciali e l’accredito su un conto corrente utilizzato solo per le somme ricevute dalla Steda. Dai documenti sequestrati dalla Mobile gli investigatori sono riusciti a ricostruire il flusso del denaro in entrata, e anche quello in uscita, che viene riversato sul conto della moglie di Tancredi e solo in un secondo momento su quello dello stesso Tancredi. Secondo il gip «vi sono versamenti di denaro sostanzialmente ingiustificati, che provengono da ditte interessate alla ricostruzione o alla fase dell’emergenza post sisma. Il trio dei beneficiari è costituito da Tancredi (anche per conto della coniuge), nonché dalla Sibilla. Basti considerare le risultanze della Banca d’Italia pervenuta il 21 novembre 2013 (a mero titolo di esempio si vedano i bonifici per oltre 37mila euro diretti a Tancredi e provenienti dalla ditta Mancini, che aveva soppiantato la Steda nell’edificio Alto.Mac».
Discorso analogo, con una variante più «creativa», per la società riconducibile all’assessore Vladimiro Placidi, la Pro.Ges. In questo caso il denaro viene giustificato con l’ideazione di un concept architettonico per i Map. Il progetto, come spiegano i testimoni, fu realizzato da due tecnici dipendenti della Steda, l’ingegner Massimo Pietrobon e l’architetto Denis Stoppiglia. Soltanto dopo fu riversato su un supporto informatico e consegnato a Placidi, che si limitò ad apporvi le testatine. «Il progetto – racconta Lago – gli è stato fornito da me che lo avevo su un supporto informatico, credo un cd. Successivamente la Proges ha emesso una fattura di 20mila euro più Iva che la Steda ha pagato con assegno dell’Unicredit». Placidi, secondo le risultanze investigative, avrebbe favorito l’ingresso della Steda in un’associazione temporanea di imprese, sempre per il puntellamento di Palazzo Carli. «A un certo punto – prosegue il racconto di Lago – e comunque prima della stipula del contratto, Daniela Sibilla mi avvertiva che avremmo dovuto riconoscere un compenso a Placidi in considerazione del suo interessamento e del fatto che era un personaggio influente utile per il futuro. Inizialmente con la Sibilla valutammo che il riconoscimento della somma di 20mila euro potesse essere congruo. Successivamente affrontai il discorso con Placidi che riconobbe la somma soddisfacente. Placidi mi espresse la necessità di disporre di denaro contante ma io risposi che non avevo denaro in nero e lui mi disse che si sarebbe potuta trovare una soluzione, aggiungendo che sarebbe stato possibile optare per una prestazione professionale non direttamente facente capo a lui, considerato il suo ruolo istituzionale, ma riconducibile alla società Pro.Ges srl di cui era titolare. Io accettai e proposi, per dare una parvenza di regolarità, di simulare la realizzazione da parte sua di concept architettonici per Map a due piani, che io gli avrei pagato dietro fattura, corrispondendogli così il pattuito. A questo proposito ci accordammo anche in una prospettiva futura, nel caso in cui avesse potuto procurarmi altri lavori. Quindi stipulammo un contratto. Aggiungo, però, che per i lavori di Palazzo Carli il compenso fu di 20mila euro più Iva, mentre la restante somma, indicata nel contratto, costituiva la promessa di pagamento per successivi lavori a venire». Il «contratto» era da 78mila euro.

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