15 Maggio 2021, sabato
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La pioggia delle polveri killer picchia ancora su Taranto

Ci sono responsabilità che non si misurano in base al codice penale: sono le responsabilità morali che un uomo politico ha nei confronti delle persone che amministra. Per questa ragione, il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, dovrebbe dimettersi”. È la risposta del leader dei Verdi, Angelo Bonelli, all’intercettazione telefonica in cui Vendola, ridendo, commenta con Girolamo Archinà lo “scatto felino” con il quale il capo delle relazioni esterne dell’Ilva ha strappato il microfono al cronista Luigi Abbate: “Un provocatore” che poneva domande sulle morti a Riva. UNA VERITÀ, che come ha sottolineato Bonelli, è emersa grazie alla Procura di Taranto che “ha fatto quello che non ha fatto la politica a cominciare dall’indagine epidemiologica che avrebbe stabilito un nesso tra inquinamento e mortalità”. Nel maggio 2012 Vendola, a proposito di Bonelli, disse: “È un forestiero che non conosce né ama Taranto, un piccolo avvoltoio che cinicamente è venuto qui per costruire la sua fortuna elettorale”. Vendola ha invece disertato l’invito del vescovo di Taranto, Filippo Santoro, a partecipare pochi giorni fa al convegno “Ambiente, Salute, Lavoro, un cammino possibile per il Bene Comune”, un confronto con associazioni ambientaliste, docenti del Politecnico di Bari e il ministro dell’Ambiente Andrea Orlando. Mentre a Taranto l’ultimo funerale di un padre, di un marito, di un figlio di 38 anni si è svolto alcuni giorni dopo la visita all’oncologico Moscati della ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, che al termine del convegno è scappata sottraendosi alle domande dei giornalisti. Lui, Francesco Pignatelli, con le poche forze che ancora gli restavano, dilaniato dai dolori ha aperto gli occhi e sospirato: “Sono onorato, grazie”, a lei che girava tra i reparti per scoprire cosa fosse nella realtà l’emergenza sanitaria. Storie uguali, con nomi diversi, accomunate dalla malattia e dalla morte per cancro in una città dilaniata dall’inquinamento. Dove, con dati scientifici alla mano, i forni a caldo sono stati definiti causa di morte per operai e cittadini. Una storia che parte da lontano, denunciata nel 1965 dall’ufficiale sanitario di Taranto, il dottor Leccese. “Nel 2000, 12 anni prima della perizia epidemiologica ordinata dal gip, Patrizia Todisco, i medici dell’Inail denunciarono che i tumori in meno di 20 anni erano raddoppiati, e i quartieri prossimi all’area industriale avevano valori di mortalità quasi tripli rispetto al resto della città e per gli operai il rischio derivante al benzo(a)pirene era 10 mila volte maggiore della soglia di rischio minimo”, ha spiegato la dottoressa Anna Maria Moschetti a nome di tutte le associazioni ambientaliste al convegno organizzato dal vescovo. Invece di intervenire, il “governo ha sottratto al sequestro l’acciaieria consentendole di continuare, autorizzata, la produzione. Con la garanzia che con il rispetto delle prescrizioni Aia, sia la produzione dell’acciaio, definita “strategica per la nazione”, sia la vita della popolazione sarebbero state garantite. Ma non esiste nessuna prova scientifica che confermi questa affermazione come vera. Al contrario la Valutazione di danno sanitario dell’Arpa ha dimostrato che al “2016, ad Aia attuata, ancora 12 mila tarantini, uomini, donne e bambini, saranno esposti al rischio di avere un cancro che la scienza definisce di “misura inaccettabile”. E CHE “LA “P I O G G I A” sulla città di alcuni inquinanti killer come “il piombo neurotossico, incriminato di ridurre potenzialmente il quoziente intellettivo dei bambini esposti, piombo che i tarantini urinano in quantità, che contamina l’erba dei giardinetti, non diminuirà affatto e che ad Aia attuata l’immissione di Pcb cancerogeni e composti benzenici cancerogeni aumenterà”. A gran voce eminenti epidemiologi hanno chiesto interventi di prevenzione, un sistema di sorveglianza, parole cadute nel vuoto della politica come il potenziamento dei presidi straordinari e del personale per offrire diagnosi tempestive. Da ridere non c’è nulla, ci sarebbe tanto da piangere se con le lacrime non fosse finita anche la speranza.

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