13 Aprile 2024, sabato
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“La mia Lucia uccisa dall’amianto all’Olivetti”

“usa – va dei rulli pieni di talco, per cui il grembiule che portava a casa, alla sera, era tutto bianco. E prima di entrare lo scuoteva”, raccontava ai giudici il marito Giovanni. Quel bianco era amianto, quello usato nelle fabbriche dell’Olivetti di Aglié, vicino a Ivrea. Lucia è morta di mesotelioma pleurico nel 2005, dopo tre anni di sofferenze. F. L. invece lavorava al montaggio dei gruppi elettrici e al cablaggio di gruppi meccanici nello stabilimento di San Bernardo di Ivrea ed è morta nel 2007 all’età di 69 anni, sempre di mesotelioma pleurico. Sono le due vicende che hanno acceso i riflettori sul decesso o sulla malattia di altri 21 lavoratori degli stabilimenti Olivetti, scomparsi dal 2003 a oggi. Ora per queste morti ci sono degli indagati eccellenti: l’ingegnere Carlo De Benedetti, il fratello Franco De Benedetti, l’ex ministro dello Sviluppo Corrado Passera e altri 25 tra amministratori e dirigenti. L’ipotesi del sostituto procuratore Lorenzo Boscagli è di omicidio colposo e lesioni colpose. IL PERIODO coperto dall’inda – gine parte negli anni Sessanta per concludersi ai primi anni Novanta, quando a gestire la fabbrica fondata da Adriano Olivetti c’erano i De Benedetti e Passera. L’ingegnere è stato presidente e amministratore delegato dal 1992 fino al 1996, il fratello è stato suo vice ed erano affiancati da Passera nel ruolo di co-amministratore. Sia l’inge – gnere sia l’ex ministro attendono fiduciosi l’esito dell’inchiesta e sono disponibili a collaborare coi magistrati. L’indagine riguarda molti stabilimenti dell’azienda: quello di San Bernardo di Ivrea, di Aglié, di Scarmagno e le officine Ico, dove l’amianto era usato in tre maniere: nei talchi che servivano come lubrificante per la costruzione delle telescriventi; nei freni dei macchinari o come materiale di coibentazione delle presse o nelle condotte d’aria. Non è ancora nota una stima dei morti e dei malati, ma la lista potrebbe allungarsi perché i tumori provocati dall’amianto covano nel corpo per decenni prima di manifestarsi. È successo così a Lucia Delaurenti: era stata “esposta” all’amianto dal 1972 al 1976, quando respirava il “talco” fatto con la tremolite (un particolare tipo di amianto). Nel 2002 le diagnosticarono la malattia: mesotelioma pleurico. E dopo tre anni è morta. Per il suo decesso è stato processato un ex amministratore delegato, Ottorino Beltrami, deceduto lo scorso 16 agosto. Il Tribunale di Ivrea nel 2010 e la Corte d’appello di Torino dopo, lo hanno condannato a sei mesi di carcere per omicidio colposo. Il 4 dicembre è prevista l’udien – za della Cassazione, ma non si farà, così come ieri non si è fatto un altro processo contro Beltrami, quello per la morte di F.L. il 26 dicembre 2007 dopo due anni di malattia. A La Sentinella del Canavese il vedovo, anche lui ex dipendente della Olivetti, dichiarava: “Non ho mai fatto denunce o segnalazioni. Nella vita ho già sofferto abbastanza e alla soglia degli 80 anni voglio stare tranquillo. Non ho la forza di condurre battaglie. Se i giudici accerteranno che ci sono responsabilità per quello che è accaduto a mia moglie, va bene”. LUI NON AVRÀ giustizia, ma della prima condanna è rimasto qualcosa: la connessione causale tra la presenza di amianto e le malattie. Si sapeva “della pericolosità degli agenti chimici” usati nella lavorazione, ma si è provveduto “con colpevole ritardo” ad affrontare il problema, si legge nella sentenza d’appello. “Ora stanno arrivando nuove segnalazioni – spiega l’avvocato Laura D’Amico, che segue la vicenda per la Fiom – Nel luglio scorso mi è stato segnalato un nuovo caso: un operaio delle presse nello stabilimento di San Bernardo si è ammalato di mesotelioma”. La Fiom Cgil ha aperto uno “sportello amianto” per raccogliere altre testimonianze e realizzare un dossier che possa aiutare i lavoratori, i loro familiari e gli investigatori. Da questo materiale, dalla prima sentenza e da quello raccolto nell’inchiesta gli inquirenti dovranno appurare le responsabilità dei manager. Un compito difficile per una procura che ha solo tre pubblici ministeri. Per questa ragione il procuratore capo Giuseppe Ferrando ha scritto alla Procura generale del Piemonte e alla Procura di Torino chiedendo un aiuto, il “pre – stito” di qualche pm torinese, magari uno di quelli che si sono occupati del processo Eternit che ha portato alla condanna del proprietario, Stephen Schmidheiny, ritenuto l’amministra – tore di fatto.

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